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11 Marzo 2024 Secondo diversi studi con dati real world l’uso di remdesivir porta a minore rischio di long-covid e ridotta mortalità in immnunocompromessi

Rischio inferiore di sviluppare alcuni sintomi da long-covid in persone ospedalizzate per il virus e un ridotto rischio di mortalità tra i soggetti immunocompromessi sono i risultati di differenti analisi sull’uso di remdesivir. I nuovi dati, provenienti da tre studi retrospettivi real-world, sono stati presentati da Gilead Sciences, Inc. alla 31ª Conferenza sui retrovirus e le infezioni opportunistiche (CROI, Conference on Retroviruses and Opportunistic Infections). Lo fa sapere una nota dell’azienda.
Profilo di sicurezza e efficacia verificati con i dati “real world”
“I dati “real-world” presentati alla conferenza CROI continuano a rafforzare il robusto profilo di efficacia e sicurezza di remdesivir, nonché i potenziali benefici del farmaco nelle persone affette da COVID-19”, ha affermato Frank Duff, MD, Senior Vice President, Virology Therapeutic Area Head presso Gilead Sciences. “Mentre entriamo nel quarto anno di COVID-19, remdesivir rimane lo standard di cura antivirale per le persone ospedalizzate per COVID-19. Questi ultimi dati vanno ad aggiungersi alle nostre conoscenze scientifiche sul potenziale ruolo di remdesivir nel ridurre la mortalità – anche nei soggetti immunocompromessi – e nel contribuire a ridurre il rischio di sviluppare sintomi di long COVID”.
Uso di remdesivir porta a rischio di long-covid minore del 10%
Per comprendere il potenziale impatto di remdesivir sul rischio di long COVID, noto anche come condizioni post-COVID (PCC, post-COVID conditions), Gilead ha analizzato i dati di HealthVerity relativi a 52.006 pazienti. I risultati dello studio dimostrano che l’uso di remdesivir è stato associato a un rischio di qualsiasi PCC inferiore del 10% in entrambi i gruppi di età analizzati: HR 0,90 (intervallo di confidenza [IC] al 95%: 0,86-0,93) nei soggetti di età <65 anni e HR 0,90 (IC 95%: 0,86-0,95) nei soggetti di età ≥65 anni. L’uso di remdesivir è stato associato a un rischio inferiore per 6 singoli sintomi/diagnosi su 16 nel gruppo di età ≥65 anni (inclusi disfunzione cognitiva, malattia cerebrovascolare, caratteristiche neuropsichiatriche, diarrea, dolore toracico e disautonomia) e per 8 singoli sintomi/diagnosi su 16 nel gruppo di età <65 anni (inclusi i 6 sintomi del gruppo di età ≥65 anni, più malattia tromboembolica e cefalea). I risultati di questa analisi si basano sulle evidenze esistenti, le quali supportano l’importanza di trattare il COVID-19 con un antivirale nelle primissime fasi della malattia.
Studio su persone immunocompromesse: ridotta la mortalità
In un’analisi separata, i dati del database PINC AI Healthcare dell’era Omicron (dicembre ‘21-aprile ‘23) hanno mostrato un’associazione tra l’uso di remdesivir e la riduzione della mortalità tra i soggetti immunocompromessi dello studio che erano stati ospedalizzati per COVID-19. Lo studio ha incluso 10.687 persone immunocompromesse che hanno ricevuto remdesivir e 4989 controlli abbinati. I risultati al giorno 28 hanno dimostrato che le persone immunocompromesse e trattate con remdesivir avevano un rischio di mortalità complessivo significativamente inferiore (25%) rispetto al braccio non-remdesivir, a prescindere dal fabbisogno di ossigeno supplementare (HR: 0,75, IC 95%: 0,68-0,83; p<0,0001). Questa ricerca si basa sulla precedente presentata alla conferenza CROI 2023, rafforzandola ulteriormente.
L’associazione con desametasone ha portato a rischio di mortalità più basso
Ulteriori dati provenienti da uno studio “real-world” hanno mostrato esiti migliori tra i pazienti con COVID-19 che hanno ricevuto il trattamento con remdesivir in combinazione con desametasone rispetto a desametasone in monoterapia. Lo studio ha abbinato 33.037 pazienti che avevano ricevuto sia remdesivir sia desametasone a 33.037 pazienti che avevano ricevuto desametasone in monoterapia. I pazienti che avevano ricevuto la duplice terapia hanno avuto un rischio di mortalità significativamente più basso rispetto alla monoterapia con desametasone per tutto il range di fabbisogno di ossigeno supplementare, sia a 14 sia a 28 giorni. Per i pazienti senza uso documentato di ossigeno supplementare al basale, il trattamento con remdesivir è stato associato a un rischio di mortalità inferiore del 20% (p<0,001) al giorno 28. I pazienti trattati con ossigeno a basso o ad alto flusso hanno avuto un rischio inferiore di mortalità rispettivamente del 26% (p <0,001) e del 29% (p<0,001) al giorno 28. I pazienti sottoposti a ventilazione meccanica invasiva/ECMO al basale hanno avuto un rischio ridotto di mortalità del 19% (p=0,0182) al giorno 28.
Remdesivir: per cosa si utilizza e qual è il suo meccanismo d’azione
Remdesivir è un profarmaco analogo nucleotidico usato nella cura antivirale per il trattamento dei pazienti ospedalizzati con COVID-19. Il trattamento è raccomandato per ridurre la progressione della malattia nei pazienti non ospedalizzati ad alto rischio di progressione. Svolge un ruolo importante nel ridurre la mortalità in un ampio spettro di gravità della malattia e nel consentire ai pazienti di riprendersi più rapidamente. Remdesivir presenta un profilo di sicurezza consolidato, con interazioni farmacologiche minime note nelle diverse popolazioni.
Remdesivir inibisce direttamente la replicazione virale nelle cellule mirando alla RNA polimerasi virale del SARS-CoV-2. In base ad analisi in vitro, remdesivir mantiene attività antivirale contro le recenti sottovarianti più preoccupanti di Omicron, ivi incluse XBB, XBB.1.5 e CH.1.1. Remdesivir continua a essere valutato contro varianti emergenti che generano interesse e preoccupazione, comprese EG.5, EG.5.1 e BA.2.86.
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