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02 Maggio 2022

Long Covid nei bambini. Nutrizione fattore essenziale: integrare vitamine ed elementi


I fattori nutrizionali e lo sviluppo della forma grave di Covid nei bambini: l'integrazione con elementi essenziali e vitamine può contrastare gli effetti a lungo termine


L'uso di integratori a base di vitamine e di elementi essenziali quali magnesio, zinco e selenio, potrebbe contrastare gli strascichi a lungo termine dell'infezione da virus SARS-CoV-2, noti come Long COVID, nei bambini. È quanto ipotizza un team italiano, guidato da Michele Piazza, dell'Università di Verona, secondo il quale sarebbe utile condurre ricerche focalizzate sulla dieta dei bambini, per valutarne l'eventuale impatto su infiammazione e coagulazione e per capire in che modo contribuisca all'immunità contro il coronavirus.

Le possibili cause del Long Covid-19 nei bambini

Secondo lo studio, pubblicato su Biomolecules, molti bambini hanno riferito stanchezza, mal di testa, depressione, alterazione di gusto e olfatto o scarso appetito a lungo termine o cronici, dopo aver superato l'infezione da virus SARS-CoV-2. Una possibile spiegazione per questa condizione, secondo Piazza e colleghi, è la carenza di fattori antinfiammatori ed antiossidanti. Al di là della predisposizione genetica, infatti, una dieta povera di sostanze antinfiammatorie/antiossidanti, mancando del suo potenziale immunomodulatorio e della sua possibile attività antivirale, potrebbe essere un fattore modificabile che predispone a un'infezione più grave e allo sviluppo di sintomi a lungo termine dopo la fase acuta della malattia. Il deficit di vitamina D, per esempio, sarebbe associato a un aumento della gravità della malattia, mentre una carenza di zinco sarebbe collegata a più elevati tassi di complicanze, soprattutto se combinata con un deficit di selenio. Inoltre, bassi livelli di magnesio sarebbero solitamente caratteristici di tutte le comorbidità di COVID-19, associate a un aumento dello stato infiammatorio; di contro, un'aumentata probabilità di sopravvivenza si evidenzia nei pazienti gravi, ma con più elevati livelli di magnesio nel sangue al momento del ricovero. L'integrazione di queste sostanze, dunque, potrebbe offrire benefici, prevenendo ulteriori danni al tessuto e modificando favorevolmente il microbioma intestinale, come sottolineano gli stessi autori.

Il ruolo delle vitamine

Le vitamine del gruppo B hanno un ruolo nel metabolismo, così come nella sintesi di acidi nucleici e proteine. Queste vitamine, richieste anche per l'immunoregolazione, sono parte di cofattori per molti enzimi, svolgendo anche un'attività antiossidante e regolando il pathway infiammatorio. Così, il deficit di tiamina, o vitamina B1, causa neuropatia e neuroinfiammazione, mentre i livelli di vitamina B6, nella sua forma attiva, risultano ridotti durante l'infiammazione. La vitamina B12, o cobalamina, è un antiossidante che rimuove le specie reattive dell'ossigeno dai tessuti e regola i livelli di citochine. La vitamina D modula la risposta immunitaria e la sua presenza in adeguati livelli plasmatici è associata a una riduzione della propensione all'infezione. Inoltre, la vitamina D sarebbe in grado di ridurre la mortalità da COVID-19 nei pazienti ricoverati, proteggendoli contro il danno ai polmoni ed endoteliale, e la sua integrazione, preferibilmente quotidiana piuttosto che mensile, sarebbe da consigliare, secondo i ricercatori italiani. Infine, vitamina E e C sono potenti antiossidanti e partecipano al metabolismo. In particolare, la vitamina C è importante anche nell'immunità e il suo deficit è associato a stanchezza, dolore e annebbiamento cerebrale.

Elementi essenziali: magnesio, zinco e selenio

Accanto alle vitamine, Piazza e colleghi ricordano l'importanza degli elementi essenziali. Il magnesio, per esempio, è fondamentale per la funzionalità cardiaca e il tono vascolare, prevenendo vasocostrizione e formazione di coaguli di sangue. Inoltre, lo stress ossidativo dovuto a bassi livelli di magnesio può essere responsabile di stanchezza e dolori muscolari associati al Long COVID. Il deficit di magnesio, poi, avrebbe un impatto su biodisponibilità e attività della vitamina D. Infine, la sua integrazione, insieme a selenio e coenzima Q10, migliorerebbe la funzionalità della tiroide, un effetto significativo considerando la prevalenza di tiroiditi come caratteristica del Long COVID in alcuni pazienti, come sottolineano gli autori. Il selenio, inoltre, modula il pathway infiammatorio stress-indotto e riduce i livelli di specie reattive dell'ossigeno. Questo elemento previene risposte le iper-infiammatorie dell'infezione e contrasterebbe anche l'insorgenza di mutazioni virali, con l'integrazione che potrebbe essere importante non solo per la tiroide, ma anche a livello di intestino e salute mentale. Infine, lo zinco, elemento importante per fattori di trascrizione ed enzimi, riduce lo stress ossidativo e modula l'immunità promuovendo la formazione di cellule T e B, tanto che un suo deficit è associato a malattia autoimmune e disfunzione endoteliale, così come a un aumento del numero di cellule T-helper, che possono predisporre le persone all'infiammazione.

Sabina Mastrangelo

Fonti:

Biomolecules (2022) - doi: 10.3390/biom12040556

TAG: INTEGRATORI ALIMENTARI, BAMBINO, LONG COVID

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