Riforma territorio, Cittadinanzattiva: accelerare su Farmacia dei servizi. Perplessità su Case comunità
La riforma della medicina territoriale deve superare il modello medico-centrico e integrare la farmacia dei servizi, la cui attuazione è ancora troppo lenta
La riforma della medicina territoriale deve comprendere tutte le attività e le prestazioni di educazione sanitaria, medicina preventiva, diagnosi e cura, riabilitazione superando un "modello medico-centrico e integrando definitivamente la farmacia dei servizi, la cui attuazione è ancora troppo lenta" e il ruolo degli infermieri. Questa la proposta avanzata da Cittadinanzattiva contenuta nel documento "Salute di Comunità", presentato oggi presso il Ministero della Salute in cui si sottolineano le attuali criticità a cominciare dal rischio di riproporre con le Case della comunità "uno schema già visto e non funzionale" che "ancora una volta predilige la logica dei luoghi a quella dei servizi".
Superare modello medico-centrico e integrare la farmacia dei servizi
Il documento "Salute di Comunità - Dal bisogno alla soluzione - Analisi civica per la definizione degli standard qualitativi, organizzativi, tecnologici e di investimento", realizzato da Cittadinanzattiva - con la collaborazione di Fnomceo, Fnopi, Federfarma e Fimmg e il contributo non condizionato di Farmindustria, si colloca in uno scenario in cui il Servizio Sanitario Nazionale ha retto alla pandemia da Covid-19 ma, adesso che l'emergenza pare sotto controllo, si trova in pesante affanno, con liste di attesa sia per le prestazioni ordinarie che per quelle legate alle esigenze dei malati cronici e della medicina d'urgenza. Al centro della riflessione c'è il cosiddetto DM 71 e la riorganizzazione dei servizi sanitari nei territori, declinata secondo alcuni temi chiave: accesso e prossimità delle cure, aggiornamento e potenziamento del sistema della prevenzione, ridefinizione del rapporto fra ospedale e territorio, implementazione delle nuove tecnologie e digitalizzazione dei sistemi per semplificare l'accesso alle cure e programmare servizi efficaci. Secondo Cittadinanzattiva la riorganizzazione della Medicina Territoriale è "la prima delle sfide da affrontare" e "deve necessariamente comprendere tutte le attività e le prestazioni di educazione sanitaria, medicina preventiva, diagnosi e cura, riabilitazione coinvolgendo la pluralità di attori che concorrono al benessere e all'assenza di malattia nei cittadini, superando quello che oggi può essere inteso come un modello medico-centrico e integrando definitivamente la farmacia dei servizi, la cui attuazione è ancora troppo lenta, il ruolo degli infermieri, rilanciando il lavoro dei distretti, dei consultori e delle associazioni di tutela dei pazienti". Il documento ricorda che nella legge Bilancio 2020 "si pongono le basi per la piena attuazione di un sistema integrato di prevenzione dei soggetti malati o a rischio, con un ruolo forte anche della farmacia che già oggi, in almeno 6000 casi, esegue prestazioni di telemedicina, facendo la differenza soprattutto nelle aree rurali. Se vogliamo guardare al territorio, valorizzarlo, sostenerlo, probabilmente la soluzione non solo le Case di comunità o della salute, ma il futuro è nella collaborazione profonda tra coloro che hanno ruoli diversi ma che concorrono alla massimizzazione di un unico obiettivo, ovvero la salute dei cittadini". E poi la diagnostica territoriale, "il primo passo per l'acceso a un processo di presa in carico che può garantire non solo salute, ma benessere ai cittadini", realizzabile "con una riforma della figura del medico di famiglia, con l'implementazione definitiva della Farmacia dei servizi e con il pieno e capillare utilizzo dell'infermiere di comunità".
Case di comunità, schema già visto e non funzionale e bisogni di salute
Cittadinanzattiva esprime forti perplessità sull'organizzazione della Case di comunità a cominciare dalla domanda provocatoria "Luoghi da raggiungere o servizi da attivare?" per sottolineare la mancanza di capillarità. L'analisi evidenzia che se da un lato la creazione di nuove strutture contribuisce ad aumentare una possibile offerta di servizi, dall'altro sembra sacrificarsi la flessibilità dell'intero sistema generando nuovi luoghi da raggiungere e lasciando al cittadino/paziente l'onere della mobilità e dell'attivazione dei servizi stessi. L'ubicazione delle Case di Comunità sembra privilegiare i centri urbani densamente popolati, penalizzando ancora una volta le aree interne e periferiche, già oggi carenti di servizi e che vedrebbero, in alcuni casi, la presenza di un'unica struttura a diverse decine di chilometri se non centinaia". E conclude: "Sembra quindi riproporsi uno schema già visto e non funzionale rispetto alle esigenze di salute del cittadino. Ancora una volta si predilige la logica dei luoghi a quella dei servizi e si organizza un sistema che mira a curare la malattia e non la persona. Le case della Comunità dovrebbero essere, invece, dei centri logistici/operativi, in grado di organizzare servizi domiciliari, avvicinando le cure alle persone e generando processi di empowerment culturale sulla salute. Concentrare medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, infermieri di famiglia e di comunità oltre che specialisti ambulatoriali e altre figure professionali in un unico luogo replica il modello un modello ospedaliero che poco sembra avere a che fare con una riforma della medicina territoriale che è il vero obiettivo che dobbiamo raggiungere per garantire salute".
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A cura di Redazione Farmacista33
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