Long Covid. Servono standard per diagnosi e gestione dei sintomi. Nuovo studio fa chiarezza
Uno studio su Annals of Internal Medicine fa chiarezza su come standardizzare gli studi e la raccolta di evidenze dal real-world
Formulare una definizione precisa e valutabile in modo obiettivo del Long Covid, che sia applicabile in modo ampio, e focalizzarsi su approcci standardizzati e solidi per l'identificazione di possibili fattori di rischio e la misurazione dei risultati di eventuali trattamenti: sono queste le due principali strategie alle quali bisogna puntare, secondo un recente studio pubblicato su Annals of Internal Medicine, per fare chiarezza sia a livello di diagnosi che di gestione della sindrome definita Long Covid, la serie di sintomi che le persone che hanno avuto un'infezione da SARS-CoV-2 continua ad avvertire anche dopo mesi dalla guarigione.
I problemi da affrontare nello studiare il Long Covid
Secondo gli autori dello studio, guidati da Lauren Wisk, dell'Università della California di Los Angeles (Usa), nonostante molte ricerche si stiano focalizzando sui casi di Long Covid, anche definiti come sindrome post-acuta da Sars-CoV-2 (Pacs), ci sono informazioni insufficienti sulle caratteristiche di questa condizione. Il primo problema quando si studia una malattia, sottolineano i ricercatori, è come diagnosticarla e anche se è stata riportata un'ampia varietà di manifestazioni da Covid-19, bisogna ancora stabilire criteri diagnostici definitivi. L'OMS, intanto, ha proposto una definizione sulla base di quanto riferito da pazienti ed esperti che, tuttavia, non rappresenta una diagnosi clinica definitiva e gli stessi autori riconoscono che, con l'emergere di nuove evidenze, la definizione di Long Covid può ancora evolvere. Con la disponibilità di nuovi dati di alta qualità, infatti, l'attuale elenco dei sintomi potrebbe restringersi e la relazione tra la loro comparsa e la durata potrebbe variare. Molti sintomi caratteristici del Long Covid, inoltre, vengono spesso riferiti dai pazienti piuttosto che essere confermati da esami di laboratorio. A maggior ragione, dunque, gli studi sulla sindrome che usano ampi set di dati raccolti a livello globale dovrebbero rifarsi a criteri standard applicati in modo uniforme, per poter confrontare le ricerche in modo efficace. I ricercatori devono anche fronteggiare i possibili bias degli studi, derivanti dalla capacità dei pazienti di ricordare determinate situazioni e dalla sorveglianza dell'infezione, così come dall'identificazione di eventuali varianti del coronavirus e dalla vaccinazione. Alzare l'attenzione su determinati sintomi, per esempio, può alterare la probabilità con cui i pazienti li riferiscono o il grado in cui ricordano la comparsa dei sintomi o la loro durata. Inoltre, pazienti con determinate patologie associate al rischio di Covid-19 o quelli ricoverati con malattia grave possono essere monitorati più di altri, con il rischio di sottostimare la sindrome associata a casi asintomatici o con malattia lieve.
I consigli per uniformare le evidenze scientifiche
Dal momento che una diagnosi accurata è importante affinché i pazienti ricevano monitoraggio, supporto e terapie specifiche, gli studi sul Long Covid devono essere più solidi, considerando il loro impatto a lungo termine e la continua evoluzione della pandemia, come sottolineano Wisk e colleghi. Inoltre, è fondamentale puntare a una diagnosi dettagliata e alla programmazione delle terapie, per essere sicuri che i pazienti ricevano subito il giusto monitoraggio e cicli di trattamenti opportuni. Equità nell'accesso ad accurati test diagnostici e la documentazione dei sintomi nelle cartelle cliniche, inoltre, sono tra i passi necessari a uniformare la valutazione della sindrome tra gruppi a diversa vulnerabilità. Gli autori chiedono, quindi, alla comunità scientifica di essere coesa nella definizione dei casi, in modo che siano ben allineati e misurabili e che la definizione possa essere applicata in modo ampio, implementare misure di possibili fattori di rischio e fornire descrizioni di metodi e strumenti di valutazione per facilitare il confronto tra studi, oltre a essere attenti nell'applicare queste evidenze in continua evoluzione.
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A cura di Redazione Farmacista33
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