Farmacologia
28 Maggio 2026Al Milan Longevity Summit un convegno sulla possibilità di impiego di molecole consolidate nell’ambito di patologie neurologiche a oggi prive di terapie risolutive

Esiste una nuova frontiera della ricerca farmacologica che si definisce drug repurposing, riposizionamento dei farmaci: riutilizzare farmaci già approvati per altre indicazioni terapeutiche, studiandone l’efficacia contro patologie differenti, da quelle neurologiche a quelle rare e trascurate dall’industria farmaceutica. Se ne è parlato nel corso di una sessione del Milan Longevity Summit 2026, appuntamento annuale nel quale studiosi di tutto il mondo si confrontano sulla grande sfida della longevità.
La premessa di Maria Pia Abbracchio, farmacologa dell’Università di Milano è molto chiara: «Al momento, tra tutte le maggiori patologie neurodegenerative, solo per l’Atrofia muscolare spinale (Sma) esistono terapie efficaci. Per il resto si fa ricorso a farmaci sintomatici». Quelli che non curano in senso stretto ma servono a migliorare la qualità di vita dei pazienti. Ecco allora la necessità di andare in cerca di soluzioni alternative, non esclusa quella di «trovare nuovi impieghi per vecchie molecole, avvalendosi, nell’indagine, delle potenzialità offerte dal machine learning». Opzioni, inutile dirlo, che comportano un notevole risparmio di risorse, se si pensa alle decine di milioni di euro necessarie a portare sul mercato un nuovo farmaco.
Tra le molecole candidate al “riutilizzo” - in ambiti strategici come la lotta all’invecchiamento e alle malattie neurodegenerative - Abbracchio si sofferma su montelukast, consolidato farmaco antiasma. Il suo impiego in studi preclinici su roditori anziani ha evidenziato una riduzione della neuroinfiammazione e un miglioramento della memoria. Gli studi – nei quali molto attivi sono i ricercatori della Statale di Milano - si concentrano in particolare sull’azione del recettore GPR17, fondamentale nei processi di mielinizzazione, bloccati in presenza di Alzheimer.
Quello illustrato da Paola Panina, microbiologa dell’Università Vita-Salute del San Raffaele, è il caso di bavisant, molecola in origine destinata ai disturbi del sonno, che - come riporta un recentissimo studio pubblicato su Science Translational Medicine - mostra la capacità di proteggere i neuroni e favorire la riparazione della mielina nei modelli sperimentali di sclerosi multipla. Il farmaco, quindi, potrebbe agire su due dei meccanismi più devastanti della malattia: la degenerazione delle fibre nervose e il fallimento dei processi di rimielinizzazione. Una attività di ricerca di grande prospettiva che - come tiene a sottolineare Panina - rientra nel Progetto BRAVEinMS, il network internazionale di ricerca avviato nel 2017 del quale fa parte, per l’Italia, il San Raffaele
A rappresentare, invece, imprese private dell’ambito biotech fortemente impegnate negli studi sull’invecchiamento sono Marco Quarta, Cso e founder di Rubedo Lifesciences, che si sofferma sui senolitics, molecole finalizzate a eliminare le cellule senescenti. E Maddalena Adorno, Ceo e Co-founder di Dorian Therapeutics, che affronta il tema della riduzione dell’enzima USP16 come potenziale arma contro l’invecchiamento cellulare.
Startup di assoluta avanguardia, che nascono oltreoceano, grazie a ricercatori italiani, ma anche in Italia hanno, oggi, una loro sede.
Di notevole interesse, al Milan Longevity Summit, il convegno sull’idea di costruire una “Infrastruttura di ricerca biomedica europea”. Il progetto non è nuovo ma appare oggi di più stretta attualità, in un periodo nel quale gli scenari geopolitici globali sembrano riservare al continente un ruolo sempre più marginale.
In apertura Massimo Florio, economista della Statale di Milano, parla apertamente di una industria farmaceutica in cui prevalgono gli oligopoli, i prezzi dei farmaci sono alti, c’è poca concorrenza e le stesse imprese tendono a non condividere dati e costi. «È necessario allora creare una infrastruttura pubblica europea, che sia nell’esclusivo interesse dei cittadini. Il modello dovrebbe essere quello dell’Esa, l’Agenzia spaziale europea». Lo stanziamento di fondi per renderla operativa dovrebbe aggirarsi su sette miliardi annui. Obiettivo non facile da raggiungere, anche se già nel 2023 il Parlamento Europeo ha indirizzato una sollecitazione in questo senso alla Commissione.
Per Jacques Demotes, direttore generale dell’European Clinical Research Infrastructure Network, ed Els Torreele, componente della Public Pharma for Europe Coalition, è fondamentale modificare il sistema della farmaceutica pubblica in Europa: una infrastruttura ad hoc garantirebbe meno costi, più ricerca indipendente, maggiore attenzione agli unmet needs, alle patologie più trascurate dall’industria. «Non solo ricerca sulle malattie rare», aggiunge Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Mario Negri. «Penso per esempio al virus Ebola, alla tubercolosi farmaco-resistente».
Senza dimenticare che la produzione di vaccini in ambito pubblico potrebbe, almeno nelle premesse, colmare il gap di accesso a questi farmaci tra i Paesi avanzati e quelli economicamente più poveri. Un divario che si è manifestato chiaramente anche durante la recente pandemia.
Concordi i relatori nell’attribuire a questa nuova infrastruttura il compito di agire in forte autonomia, per esempio dedicando ampia attenzione alla ricerca (di cui parliamo sopra) sui medicinali già esistenti. «Non si tratta di tappare i buchi della ricerca privata», chiarisce Florio, «anche se non sarebbero da escludere a priori sinergie pubblico-privato».
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