antibiotici
09 Ottobre 2026La Società Italiana di Terapia Antinfettiva invita alla collaborazione tra professionisti e servizi territoriali e ricorda il ruolo della farmacia dei servizi e l’attenzione alle infezioni urinarie, problematiche soprattutto nei pazienti fragili in ospedali e RSA.

La collaborazione tra medici e farmacisti può favorire diagnosi più rapide e un uso più appropriato degli antibiotici, mentre i batteri resistenti rendono più complessa la gestione delle infezioni anche sul territorio. A richiamare la necessità di percorsi condivisi tra specialisti, medici di medicina generale, farmacisti e servizi territoriali è la Società Italiana di Terapia Antinfettiva (Sita), in vista della Conferenza “Hot Topics in Infectious Diseases”, in programma a Genova a metà ottobre 2026, presieduta da Matteo Bassetti, presidente della Società.
Le direttrici sulle quali Società ritiene necessario intervenire riguardano la rapidità della diagnosi, la durata corretta delle terapie e l’appropriatezza dell’antibiotico scelto, considerando anche dosaggio, intervallo e via di somministrazione.
La prima leva è la diagnosi: “Dobbiamo ridurre il ricorso alla terapia empirica quando non è necessaria e arrivare prima all’identificazione del patogeno– afferma Bassetti –. Questo vale in ospedale e sul territorio. Il Decreto Gemmato e l’evoluzione della farmacia dei servizi vanno in una direzione importante: avvicinare il cittadino alla diagnosi, all’interno di percorsi regolati e in raccordo con medici e specialisti, favorendo un miglior uso degli antibiotici e una riduzione dei trattamenti inutili. Medici e farmacisti possono diventare alleati nella lotta all’antimicrobico-resistenza”.
L’attenzione deve riguardare anche la durata del trattamento. “Per quanto riguarda la durata appropriata delle terapie – prosegue Bassetti – il problema è che in Italia spesso continuiamo a trattare troppo a lungo, con il rischio di effetti collaterali, aumento della pressione selettiva sui batteri e nascita di nuove resistenze. L’appropriatezza complessiva della terapia, infine, riguarda la scelta del farmaco, dosaggio, intervallo di somministrazione e via di somministrazione”.
“Le infezioni urinarie sono probabilmente l’esempio più evidente di come l’antimicrobico-resistenza sia uscita dall’ospedale - sottolinea Bassetti - Una cistite complicata, acquisita a casa, può diventare difficile da trattare perché gli antibiotici orali non funzionano più. Negli ospedali e nelle RSA, dove abbiamo pazienti fragili, cateterizzati e spesso esposti a molte terapie, il problema raggiunge livelli ancora più preoccupanti. Per questo serve diagnosi, serve prevenzione, serve appropriatezza”.
Secondo i dati della sorveglianza dell’antibiotico-resistenza AR-ISS, coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità, nel 2024 la resistenza alle cefalosporine di terza generazione in Escherichia coli è salita al 27,7%, rispetto al 26,7% del 2023. Per Klebsiella pneumoniae la resistenza ai carbapenemi è diminuita rispetto all’anno precedente, ma resta al 24,0%.
La sorveglianza AR-ISS ha ampliato il monitoraggio alle urinocolture. Nel 2024 il 15,8% degli isolati di E. coli da urinocoltura è risultato resistente alle cefalosporine di terza generazione, mentre il 10,6% degli isolati di K. pneumoniae da urinocoltura è risultato resistente ai carbapenemi. Le infezioni urinarie, frequenti soprattutto nelle donne, possono diventare particolarmente problematiche quando sono ricorrenti o sostenute da batteri resistenti. L’attenzione riguarda anche gli anziani e i pazienti fragili nelle Rsa e negli ospedali.
“L’Italia resta tra i Paesi europei più esposti all’antimicrobico-resistenza – sottolinea Bassetti – Gli antibiotici che per anni sono stati farmaci di riferimento, come i carbapenemi, sono sempre meno efficaci contro diversi microrganismi resistenti. Una recente analisi condotta nel nostro Paese ha evidenziato che quasi il 60% delle terapie antibiotiche utilizzate nei pazienti critici con infezioni da germi resistenti ai carbapenemi risulta inappropriata. Questo significa che troppe volte partiamo tardi, partiamo male o utilizziamo farmaci, dosaggi, tempi e modalità non adeguati. Serve un cambio di paradigma”.
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