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08 Giugno 2022

Antivirale Paxlovid, dopo il trattamento il Covid può tornare. Ecco chi è più a rischio


Il trattamento antivirale Paxlovid riduce i tassi di ospedalizzazione e mortalità per Covid-19, ma mostra limiti alcuni pazienti a cui torna la malattia


Il trattamento antivirale Paxlovid riduce i tassi di ospedalizzazione e mortalità per Covid-19, ma inizia a mostrare alcuni limiti in determinate tipologie di pazienti con le prime segnalazioni aneddotiche, di un "rimbalzo" dei sintomi dovuti al Sars-CoV-2, dopo che i pazienti sono stati meglio grazie all'uso del farmaco. A fare il punto su questo tema sono uno studio israeliano commentato dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo) sul proprio sito rivolto ai pazienti.

Trattamento riduce i tassi di ospedalizzazione

Il trattamento, con l'antivirale Paxlovid non sembra prevenire le forme più gravi della malattia tra i giovani adulti. Questo è quanto emerge da una ricerca del Clalit Health Services. Lo studio israeliano, pubblicato su Research Square, include i dati di quasi 110.000 pazienti Covid tra il 9 gennaio e il 10 marzo 2022, quindi in piena ondata Omicron e con una percentuale molto alta di vaccinati. In totale, lo 0,6% di quelli di età pari o superiore a 65 anni trattati con Paxlovid - cioè 14 su 2.504 - ha dovuto essere ricoverato in ospedale. Coloro che non hanno ricevuto Paxlovid sono stati ricoverati in ospedale circa tre volte di più spesso, ovvero 762 su 40.315. Gli anziani che non avevano una precedente immunità - quindi né vaccinati né guariti da un precedente infezione - hanno visto un calo dell'86% dei ricoveri con Paxlovid. Anche coloro che avevano già acquisito una precedente immunità ne hanno beneficiato, ma con un tasso inferiore. Infatti, in questo gruppo, tra pazienti trattati e non, la riduzione dei ricoveri è stata pari al 60%. Nei pazienti di età compresa tra 40 e 64 anni, tuttavia, indipendentemente dalla loro precedente immunità, i dati non hanno mostrano alcun significativo beneficio significativo nel ridurre i tassi di ospedalizzazione.

I sintomi della Covid-19 possono tornare: effetto rebound

Finito l'effetto dell'antivirale, i sintomi della Covid-19 possono tornare, anche se non in forma grave. Questo "effetto rebound" sembra colpire tra 1% e il 2% dei guariti. A sottolinearlo sono i Centri per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (CDC) del governo Usa e alcuni articoli in pre-print riassunti in un articolo sul portale della Fnomceo "Dottore ma è vero che?".

Il ritorno dei sintomi, sia nelle persone trattate che no, può comparire da 2 a 8 giorni dopo la guarigione iniziale ed è caratterizzato da una ripresa dei sintomi o solo da un nuovo test positivo, successivo a quello negativo. Alcuni esperti hanno ipotizzato che, riducendo la carica virale, il farmaco diminuisca lo stimolo rivolto al sistema immunitario, che quindi non sarebbe attivato a sufficienza per eliminare del tutto l'infezione. Una volta rimosso il freno posto dal medicinale, il Sars-CoV-2 potrebbe quindi ricominciare a proliferare. Ma queste ricadute avvengono anche in persone che non prendono Paxlovid.
Un'altra ipotesi è quindi che Sars-CoV-2 riesca a nascondersi in organi e tessuti, e che in queste nicchie se ne stia "al riparo" fin quando il trattamento viene interrotto e possa ricominciare a proliferare.
Nella maggior parte dei casi il test torna a positivizzarsi in soggetti asintomatici. Quando ci sono, i disturbi sono lievi ma il paziente potrebbe tornare a esser contagioso.

Gli autori dell'articolo sottolineano che "non sembra invece necessario ricominciare a prendere l'antivirale, né prolungare la durata del trattamento per prevenirne il ritorno". Questi dati, conclude l'articolo, "Non mettono in dubbio i vantaggi della cura nei soggetti ad alto rischio di progressione, in cui sembra ridurre di quasi il 90% il rischio di ricovero e morte".

https://doi.org/10.21203/rs.3.rs-1588371/v2

TAG: ANTIVIRALI, COVID-19, PAXLOVID

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