stupefacenti
26 Ottobre 2026I test rapidi urinari per il fentanyl possono risultare positivi anche in assenza della sostanza per un’interferenza del risperidone, un antipsicotico. Lo segnala uno studio dell’Istituto superiore di sanità, che richiama la necessità di confermare i risultati inattesi con analisi di laboratorio più specifiche.

Una terapia a base di risperidone può causare una falsa positività ai test rapidi urinari utilizzati per individuare il fentanyl, anche a concentrazioni compatibili con l’uso terapeutico del farmaco. A evidenziarlo è uno studio dei ricercatori del Centro nazionale dipendenze e doping dell’Istituto superiore di sanità (ISS). Il risultato richiama l’attenzione sull’interpretazione degli screening e sulla necessità di verificare le positività inattese, soprattutto quando possono influenzare decisioni sanitarie e assistenziali.
L’indagine è partita dall’osservazione di alcuni pazienti dei servizi di salute mentale che risultavano positivi al fentanyl dopo un test rapido sulle urine. Quando gli stessi campioni venivano sottoposti ad analisi di laboratorio più specifiche, tuttavia, la sostanza non veniva rilevata.
Attraverso analisi in grado di identificare numerose sostanze, i ricercatori hanno individuato nei campioni risperidone e acido valproico. Il risperidone è un antipsicotico di seconda generazione, detto anche atipico, impiegato soprattutto nel trattamento della schizofrenia e degli episodi maniacali del disturbo bipolare. Agisce sui sistemi della dopamina e della serotonina, neurotrasmettitori coinvolti nella regolazione del pensiero, delle percezioni e dell’umore. L’acido valproico è invece utilizzato nel trattamento dell’epilessia e di alcuni disturbi dell’umore.
Per individuare la causa dell’interferenza, i ricercatori hanno aggiunto i due farmaci, separatamente e in combinazione, a campioni di urina che inizialmente non li contenevano. I test segnalavano erroneamente la presenza di fentanyl quando era presente il risperidone, sia da solo sia associato all’acido valproico. Quest’ultimo, invece, non produceva lo stesso effetto quando utilizzato da solo.
“Il fenomeno – spiegano Manuela Pellegrini ed Annagiulia di Trana, del Centro Nazionale Dipendenze e Doping, tra le autrici dello studio – si chiama cross-reattività, ma il concetto è semplice: il test può confondere una sostanza con un’altra e segnalare una positività che, in realtà, non corrisponde alla presenza del fentanyl. Un aspetto particolarmente importante è che questa interferenza è stata osservata a una concentrazione di risperidone compatibile con quella riscontrabile nelle urine delle persone che assumono il farmaco a scopo terapeutico”.
Il dato riguarda quindi un’interferenza che può verificarsi anche nelle persone in trattamento con il medicinale. La conoscenza delle terapie assunte diventa un elemento rilevante per interpretare una positività inattesa allo screening.
Le conseguenze di un risultato errato possono andare oltre il dato di laboratorio. Una falsa positività può far sospettare il consumo di sostanze stupefacenti e condizionare il percorso di cura e assistenza della persona.
“Un falso positivo – conclude Simona Pichini, direttrice del Centro Nazionale Dipendenze e Doping – può avere conseguenze importanti, soprattutto per una persona che assume regolarmente farmaci psichiatrici. Un risultato errato potrebbe infatti far sospettare il consumo di sostanze stupefacenti, generando preoccupazioni e incomprensioni o influenzando decisioni sanitarie e assistenziali. Per questo motivo, un test rapido positivo non deve essere considerato, da solo, una prova definitiva dell’assunzione di fentanyl. Quando il risultato è inatteso o può avere conseguenze rilevanti, è fondamentale verificarlo con analisi di laboratorio più specifiche e affidabili”.
Fonte
Istituto superiore di sanità
Clinical Chemistry and Laboratory Medicine, doi: 10.1515/cclm-2026-1260.
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