farmaceutica
11 Giugno 2026Al via a Rimini il 65° Simposio dell’Associazione farmaceutici industria. Il presidente di Afi Giorgio Bruno: l’Italia nella ricerca clinica si ispiri a Regno Unito e Stati Uniti

"Le nuove tecnologie, e in particolare l’intelligenza artificiale, stanno trasformando profondamente il lavoro dei ricercatori clinici, consentendo una gestione più efficiente dei dati, una maggiore capacità predittiva nella progettazione degli studi e una riduzione significativa dei tempi di analisi e di sviluppo. In questo percorso è fondamentale guardare alle best practice internazionali, in particolare a ecosistemi come Stati Uniti, Regno Unito e alcuni hub asiatici, dove l’integrazione tra ricerca, regolazione e innovazione digitale è più avanzata e strutturata. In questo contesto competitivo, l’Italia è chiamata a rafforzare la propria attrattività agendo su semplificazione normativa e digitalizzazione dei processi, mentre il tessuto industriale nazionale sta dimostrando una crescente capacità di recepire queste innovazioni, pur con margini di accelerazione ancora importanti per allinearsi ai principali competitor globali e valorizzare appieno il proprio potenziale scientifico e industriale".
Con queste parole il presidente dell’Associazione farmaceutici industria Giorgio Bruno ha aperto i lavori del 65° Simposio Afi, che si tiene a Rimini l'11 e 12 giugno.
Con una produzione da 74 miliardi di euro nel 2025 e un export che supera i 69 miliardi, l’industria farmaceutica italiana si posiziona al vertice dell'Unione europea e come quarto hub al mondo. Il comparto è tra gli asset principali dell’economia nazionale, con un incremento delle esportazioni del +28,5% nel 2025; l'occupazione qualificata è salita a oltre 72.000 addetti, non perdendo di vista i rischi. E tuttavia l’Italia deve colmare rapidamente il gap competitivo sulla digitalizzazione e sull’attrattività della ricerca clinica, riducendo l’impatto della burocrazia.
“Lo scenario attuale della ricerca clinica in Italia evidenzia un’elevata qualità scientifica e un forte potenziale, ma anche criticità strutturali che ne limitano la competitività internazionale”, sottolinea Paola Minghetti, vice presidente Afi. "Persistono frammentazione dei sistemi sanitari, disomogeneità digitale tra territori e tempi autorizzativi ancora troppo lunghi, che rallentano l’avvio degli studi e l’attrattività del Paese per gli investimenti in R&D. A ciò si aggiunge una gestione dei dati sanitari non ancora pienamente interoperabile e un’adozione delle nuove tecnologie, inclusa l’intelligenza artificiale, non uniforme e talvolta frenata da incertezze interpretative. Sul piano regolatorio, le riforme non più rimandabili riguardano innanzitutto la piena armonizzazione e semplificazione delle procedure di sperimentazione clinica, con tempi certi e riduzione delle duplicazioni a livello nazionale e regionale. È inoltre urgente rendere coerente e operativo il quadro normativo tra AI Act e Spazio Europeo dei Dati Sanitari, definendo regole chiare, proporzionate al rischio e realmente applicabili per l’uso dell’IA e dei dati in ricerca. Infine, è necessario accelerare la costruzione di una governance unica e interoperabile dei dati sanitari, che trasformi il patrimonio informativo in un reale acceleratore di innovazione e non in un ulteriore elemento di complessità amministrativa".
Sulla stessa linea il presidente di Assobiotec Fabrizio Greco, il quale ricorda che "per investire in Italia, alle imprese del biotech serve prima di tutto un’infrastruttura nazionale di certezze: certezza nei tempi della ricerca clinica, superando le lungaggini dei comitati etici locali, un quadro fiscale stabile, che tuteli la proprietà intellettuale e una governance della spesa che consideri il farmaco innovativo un investimento, non un costo. Solo azzerando il rischio burocratico interno e mobilitando capitali nazionali per lo scale-up potremo trasformare il Paese in un hub attrattivo globale”.
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