Speciali
22 Dicembre 2022
L'iperinfiammazione e le alterazioni della coagulazione rappresentano due aspetti caratteristici delle forme severe di Covid-19 e sono sicuramente coinvolti nell'aumentare il rischio di mortalità e di complicazioni tromboemboliche che si osservano in questi pazienti (1).
È stato ampiamente dimostrato che nel corso della tempesta citochinica si verifica un'attivazione dell'endotelio, con conseguente riduzione della produzione di ossido nitrico e di prostacicline, due sostanze caratterizzate da un importante effetto antiaggregante; per contro si assiste contemporaneamente al rilascio di sostanze dotate di un elevato potenziale pro-trombotico. Questi fenomeni si traducono in un aumento dell'aggregazione piastrinica, con formazione di microaggregati che possono ostruire il microcircolo polmonare (2).
D'altra parte, il ruolo delle piastrine nella immunotrombosi è ben documentato e dei fenotipi piastrinici iperattivi sono stati identificati ripetutamente nei pazienti affetti da Covid-19. Non sorprende quindi che, alla luce del possibile coinvolgimento delle piastrine nei meccanismi patogenetici del Covid-19 e in base alle caratteristiche antitrombotiche e antinfiammatorie degli antiaggreganti piastrinici, sia stato proposto l'uso di questi farmaci quale possibile strumento terapeutico nel trattamento dei pazienti affetti da Covid-19.
Va anche detto che nel corso di trial clinici sono stati osservati degli eventi trombotici significativi, nonostante fosse in atto una terapia anticoagulante.
Queste osservazioni erano apparse come un'ulteriore conferma della potenziale utilità della terapia antiaggregante, portando a ipotizzare che agenti dotati di proprietà antiaggreganti piastriniche possano rappresentare i candidati per una terapia aggiuntiva antitrombotica in questi pazienti. Si tratta di un tentativo che è stato perseguito con iniziale apparente successo, verificato da una serie di studi osservazionali.
La successiva pubblicazione di alcuni trial clinici randomizzati non sembrava tuttavia confermare il dato. Per cercare di chiarire la situazione un gruppo di ricercatori cinesi coordinati da Xiaolong Zong ha condotto una metanalisi in cui sono stati analizzati quattro studi clinici randomizzati e 23 studi osservazionali che si erano proposti di verificare l'effetto della terapia antiaggregante piastrinica in pazienti adulti affetti da covid-19 e che avevano quale outcome primario la mortalità (1).
I risultati della metanalisi dei 23 studi osservazionali relativi complessivamente a 87.824 pazienti affetti da Covid-19 confermerebbero un più basso rischio di mortalità nei pazienti in trattamento antiaggregante, con un odd ratio di 0,72. Viceversa, la sintesi degli studi randomizzati ha offerto delle evidenze contrastanti che non consentono di sostenere l'utilità dell'aggiunta di una terapia antiaggregante piastrinica alla terapia standard, indipendentemente dalla severità della malattia di base e della concomitante terapia anticoagulante. Questo non toglie tuttavia che nella scelta di un antinfiammatorio da impiegare come sintomatico nel paziente con Covid-19 in forma lieve-moderata non se ne possano considerare le caratteristiche in termini di proprietà antiaggreganti. L'impiego di un FANS con capacità antiaggreganti nelle fasi precoci della malattia potrebbe infatti rivelarsi importante sotto il profilo clinico, soprattutto in termini di contrasto alla progressione della malattia (2). A tale proposito bisogna ricordare che questa proprietà è differente per i diversi FANS. Per alcuni l'effetto antiaggregante è ridotto o quasi assente, mentre per altri l'effetto è particolarmente evidente, come nel caso di ketoprofene sale di lisina che presenta una capacità di inibire l'aggregazione piastrinica e la produzione di trombossano sovrapponibile a quella dell'aspirina.
Articolo tratto dallo Speciale Infezioni respiratorie
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A cura di Redazione Farmacista33

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