Speciali
16 Marzo 2023
Nel loro studio,1 Fontana e collaboratori sono partiti dalla ben nota nozione che la tosse è prodotta dagli stessi neuroni che producono il respiro normale. «Spesso si sente parlare di "centro della tosse", ma questo non esiste, almeno nel senso di un centro della tosse anatomicamente definito» specifica l'esperto. «Potrà esistere un sistema funzionalmente integrato che produce il pattern della tosse. In realtà sono i neuroni respiratori che si riconfigurano funzionalmente per produrre il pattern motorio della tosse. Tali neuroni, pertanto, devono essere preservati salvaguardando la loro funzionalità mediante un farmaco ad azione veramente periferica, che non influenzi cioè l'attività di queste di queste strutture neurologiche». I farmaci anti-tosse che agiscono a livello centrale, come gli oppiacei, possono anche deprimere il meccanismo centrale della respirazione mentre farmaci ritenuti ad azione non centrale, come la levodropropizina, dovrebbero essere privi di tale effetto inibitorio, sottolinea Fontana, ricordando il razionale dello studio. «Per studiare in clinica la funzionalità dei neuroni respiratori esiste un metodo consolidato che è stato pubblicato la prima volta negli anni '60»2 ricorda Fontana. «Il metodo consiste nel fatto di stimolare la respirazione di un paziente utilizzando la respirazione della CO2. Quest'ultima è un prodotto del nostro metabolismo che è un potente stimolatore dei neuroni respiratori, che rispondono tantissimo ai livelli alle variazioni dei livelli di CO2». Queste variazioni dei livelli di CO2 possono essere ottenute facilmente anche in un setting clinico con il metodo RVD (Restrictive ventilatory disorder) che fondamentalmente consiste nel misurare la respirazione mentre il soggetto respira una quantità di gas che non scambia con l'esterno e nella quale la CO2 sale progressivamente. «La tipica risposta in un soggetto normale è un progressivo aumento della respirazione in termini di frequenza ma prevalentemente di ampiezza» spiega Fontana che, con il suo gruppo, ha utilizzato questo metodo per studiare la presenza o assenza degli effetti centrali della levodropropizina in pazienti con tosse cronica idiopatica.1 Sono stati studiati 24 pazienti (età 39-70 anni) ed è stato incluso un gruppo di soggetti normali che avevano le stesse caratteristiche antropometriche e demografiche. Il disegno dello studio era in aperto, con una sola dose (60 mg di levodropropizina), controllato con placebo e trasversale, con confronto con diidrocodeina che, al contrario della levodropropizina, agisce a livello centrale e in risposta alla quale era attesa una qualche forma di inibizione della respirazione e quindi anche della tosse. Si è poi fatto uso di un placebo che consisteva in alcune gocce di un multivitaminico. «I risultati fondamentali hanno evidenziato - dall'analisi del rapporto tra ventilazione/minuto e variazioni di concentrazione di CO2 - che man mano che aumentava la CO2 aumentava la ventilazione, ma in modo uguale e fisiologico con levodropropizina e con placebo, mentre in risposta al trattamento con diidrocodeina - che deprime l'attività respiratoria centrale - si aveva una depressione della risposta ventilatoria alle concentrazioni successivamente incrementali di CO2.1 Quindi è evidente che placebo e levodropropizina non hanno alcuna attività inibitoria sull'attività respiratoria centrale, al contrario della diidrocodeina. Questo conferma quello che si diceva - ma che non era chiaramente dimostrato - ovvero che la levodropropizina agisce esclusivamente a livello periferico. Ciò evidenzia il suo profilo di sicurezza» conclude Fontana.
Bibliografia:
Articolo tratto dallo Speciale Tosse: levodropropizina tra passato, presente e futuro
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A cura di Redazione Farmacista33

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