violenza di genere
06 Marzo 2026Studio pubblicato su The Lancet Global Health evidenzia criticità nel sistema italiano di monitoraggio e risposta alla violenza di genere: raccolta dati discontinua, servizi poco coordinati e casi raramente intercettati dal settore sanitario

In Italia il sistema di risposta alla violenza contro le donne presenta criticità soprattutto nella raccolta dei dati, nel riconoscimento dei casi e nel coordinamento tra servizi, ancora frammentati e disomogenei sul territorio nazionale. In ambito europeo emerge invece la Spagna, che presenta uno dei modelli più strutturati, grazie a un sistema intersettoriale coordinato, con percorsi chiari, governance solida e un’elevata capacità di ricezione e risposta. È quanto emerge da uno studio pubblicato su The Lancet Global Health, che analizza otto Paesi e a cui ha contribuito anche l’Istituto superiore di sanità. Il caso italiano è stato guidato da Flavia Bustreo, Co-Chair della Lancet Commission on Gender Based Violence and Maltreatment of Young People e parte di Global Women Leaders Voices, con il contributo dia Benedetta Armocida dell’Iss.
In Italia nonostante la Legge 53/2022 che introduce "Disposizioni in materia di statistiche in tema di violenza di genere", la raccolta, l’integrazione e l’interpretazione dei dati è tuttora discontinua, i diversi flussi informativi, dai centri antiviolenza, dalle forze dell’ordine, dal sistema giudiziario e dai servizi sanitari, non dialogano ancora pienamente e non permettono una rilevazione uniforme.
L’effetto è che molti casi rimangono al di fuori del perimetro istituzionale, non intercettati o non registrati.
Il risultato è un marcato “gap di riconoscimento”, cioè una distanza tra il numero di donne che subiscono violenza e il numero di donne che riescono a essere riconosciute e prese in carico dai servizi pubblici. Le stime suggeriscono che solo una parte delle donne che subiscono violenza entra effettivamente in contatto con i servizi pubblici.
Una quota molto bassa di riconoscimento formale della violenza perpetrata da partner (IPV) avviene attraverso il settore sanitario, corrispondente a circa l’1,3%-5,6% del fabbisogno stimato nei quattro Paesi che riportano dati sanitari, tra cui l’Italia.
Secondo le elaborazioni del Global Burden of Disease 2021 utilizzate nello studio, la prevalenza della violenza fisica e/o sessuale perpetuata da partner negli ultimi 12 mesi in Italia è stimata al 5,4% tra le donne di 15 anni o più.
L’Italia dispone di un insieme di norme rilevanti – dalla Legge 119/2013 al “Codice Rosso” del 2019, fino alla Legge 53/2022 sul sistema statistico integrato e la più recente legge in materia di delitto di femminicidio 181/2025 – e di strumenti di pianificazione nazionale che delineano ruoli e responsabilità.
“È importante che i paesi, inclusa l’Italia, colmino questo divario nell'attuazione tra leggi, politiche e copertura effettiva della fornitura di servizi. Ciò richiede un'azione immediata per estendere gli interventi comprovati di prevenzione, cura e giustizia a livello della popolazione. La risposta alla violenza deve essere diretta da un'agenzia statutaria di alto livello con la partecipazione di vittime e professionisti, e sostenuta strategicamente da finanziamenti sostanziali e continui” afferma Bustreo.
Tuttavia, rileva lo studio, l’implementazione risulta irregolare, con forti differenze regionali nella disponibilità e continuità dei servizi, nella stabilità dei finanziamenti, nel funzionamento dei coordinamenti territoriali e nella capacità operativa dei settori coinvolti.
L’articolo ricorda che l’efficacia del sistema dipende non soltanto dall’esistenza delle norme, ma dalla loro attuazione attraverso meccanismi coordinati, risorse adeguate e percorsi chiari di presa in carico.
Le criticità strutturali trovano conferma: finanziamenti non continuativi, dipendenza dal lavoro delle organizzazioni del terzo settore e associazioni, assenza di standard operativi uniformi, fragilità dei meccanismi di coordinamento multisettoriale e carenze nel sistema dati.
Per la costruzione di un sistema efficace, conclude lo studio serve una governance chiara, con mandati e responsabilità definiti; finanziamenti stabili e non competitivi, che garantiscano continuità agli attori impegnati sul territorio; un un sistema informativo integrato e standard condivisi a livello nazionale. Inoltre, vanno coinvolte le organizzazioni di donne, riconoscendo la loro esperienza e competenza la prevenzione primaria va integrata nelle politiche pubbliche, con interventi precoci e continuativi lungo tutto il ciclo di vita e l’approccio multisettoriale deve essere stabile e istituzionalizzato in modo sistemico su sanità, scuola, servizi sociali, giustizia e lavoro.
“Lo studio richiama la necessità di un approccio realmente integrato, in cui sanità, giustizia, servizi sociali, forze dell’ordine, istruzione e lavoro operino attraverso percorsi chiari, coordinati e sostenuti da risorse adeguate – sottolinea Armocida -. Il settore sanitario, in particolare, è indicato come un punto di contatto essenziale ancora oggi sottoutilizzato, mentre i centri antiviolenza rappresentano un presidio fondamentale di accesso, supporto e fiducia per le sopravvissute”.
Fonte:
https://www.thelancet.com/journals/langlo/article/PIIS2214-109X(25)00487-5/fulltext
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