medicina
27 Aprile 2026Il ministro della Salute ha presentato alle Regioni un piano che ridisegna il ruolo del medico di famiglia: nuovi criteri di remunerazione, presenza nelle Case della Comunità e un canale di dipendenza su base volontaria per le funzioni più strutturate.

Una remunerazione del medico non più legata al numero di assistiti ma agli obiettivi di salute, la presenza organizzata nelle Case della Comunità come nuovo punto di riferimento per la presa in carico del paziente, e la possibilità, su base volontaria, di accedere a un regime di dipendenza per i medici che svolgono le funzioni territoriali più strutturate sono le novità introdotte dalla riforma della medicina territoriale presentata dal ministro della Salute, Orazio Schillaci, alle Regioni.
Il primo cambiamento riguarda il modo in cui il medico di famiglia viene retribuito. Il sistema attuale, basato sul numero di assistiti in carico, verrebbe progressivamente superato a favore di indicatori legati agli esiti clinici: la gestione delle malattie croniche, la prevenzione, la diagnosi precoce e la partecipazione alle attività territoriali. In sostanza, la remunerazione diventerebbe uno strumento per orientare l'attività del medico verso la qualità dell'assistenza e la continuità della presa in carico, non soltanto verso la quantità degli assistiti.
Il secondo cambiamento riguarda il luogo dove si fa medicina generale. Le Case della Comunità diventano il perno del nuovo modello organizzativo: non più soltanto strutture di riferimento per i cittadini, ma luoghi dove il medico di famiglia è presente in modo stabile e programmato, all'interno di un'équipe multiprofessionale che comprende infermieri, specialisti e personale amministrativo. L'obiettivo è costruire una rete territoriale capace di intercettare i bisogni del paziente prima che questi arrivi al pronto soccorso o all'ospedale.
Il terzo cambiamento è la possibilità, per i medici di medicina generale, di scegliere un canale di lavoro diverso dalla convenzione tradizionale. Lo schema di decreto prevede infatti un canale di dipendenza selettiva, riservato alle funzioni a maggiore intensità organizzativa: attività nelle Case della Comunità, continuità assistenziale integrata, coordinamento territoriale e presa in carico strutturata dei pazienti più complessi. L'accesso sarebbe su base volontaria e la programmazione verrebbe definita a livello regionale, con le Regioni chiamate a stabilire fabbisogni, priorità e standard organizzativi.
A supporto di questi cambiamenti, il decreto prevede anche un potenziamento degli strumenti digitali: interoperabilità dei sistemi informativi, sviluppo della telemedicina e incremento del personale infermieristico e amministrativo, con l'obiettivo esplicito di alleggerire il carico burocratico che oggi grava sui medici di famiglia. Il percorso di attuazione sarà graduale: 30 giorni per l'analisi preliminare, tra 60 e 90 giorni per la definizione degli schemi operativi ed economici, e 180 giorni per le prime applicazioni concrete del modello.
Le Regioni hanno reagito in modo disomogeneo: alcune hanno mostrato apertura, altre hanno chiesto chiarimenti su aspetti organizzativi e applicativi. E le rappresentanze professionali dei medici sono compattamente critiche, con sfumature diverse ma un giudizio sostanzialmente negativo sul provvedimento.
La Fimmg lo definisce “inattuabile e pericoloso per i pazienti” e denuncia l'assenza di confronto preventivo con la categoria. Il punto più contestato è il requisito della specializzazione per accedere al canale di dipendenza, che rischierebbe di escludere una quota consistente dei medici attualmente in attività e di scoraggiare i più giovani dall'intraprendere la strada della medicina generale. Il rischio, secondo il sindacato, è che nelle aree già in difficoltà si acceleri l'abbandono della professione, con ricadute dirette sull'accesso alle cure e un aumento del ricorso improprio ai servizi di emergenza. La Fimmg ha chiesto alla presidente del Consiglio di intervenire per sospendere l'iter del decreto e avviare un confronto con le rappresentanze professionali.
Il presidente della Fnomceo, Filippo Anelli, parla di riforma “inefficace, inutile e dannosa” e mette in guardia da un possibile scivolamento verso logiche aziendalistiche: “Oggi è il medico del cittadino, non dell'azienda». Anelli punta il dito anche sull'assenza strutturale di risorse: “I medici sono soli. Il problema non sono le Case di comunità, ma la mancanza di personale e investimenti”.
Lo Snami si mostra più disponibile sul doppio canale organizzativo, ma frena sull'ipotesi della dipendenza, giudicata non “realisticamente percorribile” nelle condizioni attuali del sistema. Il sindacato segnala il rischio concreto di desertificazione degli studi medici e chiede una riforma “concreta, graduale e sostenibile”, con risorse certe per il personale di supporto e una reale semplificazione degli adempimenti burocratici.
La Cimo-Fesmed va oltre e definisce la proposta un errore che rischia di destabilizzare l'intero sistema. Il timore è che il canale di dipendenza generi “un pericoloso conflitto tra medici”, mettendo in competizione i medici di famiglia con quelli ospedalieri nella corsa a risorse già scarse. Sul piano dell'assistenza, il rischio segnalato è che lo spostamento di medici verso funzioni strutturate riduca il tempo dedicato alle visite domiciliari e renda più difficile la presa in carico dei pazienti fragili.
Sul metodo, infine, interviene Francesco Vaia, che giudica grave il fatto che una riforma della medicina di famiglia venga avanzata senza il coinvolgimento dei diretti interessati, e richiama la necessità di interventi strutturali capaci di incidere concretamente, a partire dal nodo delle liste d'attesa.
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