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26 Maggio 2025Uno studio, condotto dall’Agenzia Italiana del Farmaco e pubblicato sul British Journal of Clinical Pharmacology, mostra le conseguenze ambientali del consumo di medicinali in Italia, con particolare attenzione all’impatto sulle acque superficiali. Ecco i 13 farmaci più a rischio

Il consumo dei farmaci non si esaurisce all'interno dell'organismo umano, in quanto una parte delle molecole attive, una volta assunte, non viene completamente metabolizzata e può raggiungere i corsi d’acqua, con possibili conseguenze sugli ecosistemi ambientali. Uno studio condotto dall'Aifa e pubblicato sul British Journal of Clinical Pharmacology, ha valutato il rischio ambientale posto dai farmaci in Italia, evidenziando che antibiotici, antinfiammatori, ormoni, antipertensivi sono tra i farmaci a più alto rischio ambientale. Queste sostanze appartengono a categorie diverse e sono risultate critiche per effetto del loro alto consumo, della scarsa degradabilità o della tossicità anche a basse concentrazioni.
Lo studio ha valutato il rischio ambientale per macro-aree e regionale, basandosi sull'analisi presentata nel Rapporto Nazionale sull'Uso dei Medicinali in Italia 2022 dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA). I dati sull'utilizzo provengono dal database OsMed dell’AIFA, che include vendite a rimborso, da banco e ospedaliere, fornendo informazioni dettagliate sulla quantità (in chilogrammi) di ciascun principio attivo acquistato in ogni regione italiana.
L'analisi, condotta da ricercatori dell’Agenzia Italiana del Farmaco e dell’Università di Bologna, si basa su un indice largamente riconosciuto a livello internazionale, il rapporto tra la concentrazione ambientale prevista (PEC) e quella ritenuta innocua per gli organismi acquatici (PNEC). Quando questo rapporto supera certi valori soglia, il farmaco viene classificato a rischio ambientale elevato o moderato, attirando l'attenzione su possibili effetti eco-tossicologici.
Diversi principi attivi di largo consumo, come amoxicillina, azitromicina, ofloxacina, ibuprofene e diclofenac, risultano tra i più rilevanti in termini di impatto ambientale. A questi si aggiungono molecole meno utilizzate ma altamente persistenti, come estradiolo, permethrin e atovaquone. A determinare la criticità di queste sostanze non è tanto la loro tossicità intrinseca, quanto piuttosto l’elevata diffusione combinata a una ridotta capacità di degradarsi, che ne facilita l’accumulo e la permanenza nei comparti ambientali.
Questo fenomeno non si distribuisce in modo uniforme sul territorio nazionale. L’indagine, condotta anche su scala regionale e macro-regionale, ha messo in luce differenze significative attribuibili a fattori geografici, stili prescrittivi, disponibilità di farmaci e pratiche di automedicazione. Alcuni antibiotici, ad esempio, risultano più critici nelle regioni del Centro e Sud Italia, mentre ormoni come il levonorgestrel si concentrano prevalentemente al Nord. Emergono così vere e proprie mappe del rischio ambientale legato all’uso dei farmaci, che riflettono anche specificità sociali e culturali dei territori.
Il vero significato di questa analisi va oltre le cifre, le classifiche di rischio e risiede nel messaggio culturale e professionale che propone al mondo sanitario. La sostenibilità non rappresenta un elemento secondario, ma un principio etico da integrare in ogni scelta clinica e terapeutica. In questo scenario, il farmacista è chiamato ad assumere un ruolo sempre più attivo e consapevole, guidando il cittadino verso un uso più responsabile dei medicinali, promuovendo buone pratiche di smaltimento e spiegando le ricadute ambientali di un uso scorretto.
Fonte
https://bpspubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/epdf/10.1002/bcp.70046
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