Tromboembolismo venoso post Covid: rischio alto fino a tre mesi da guarigione
Il Covid-19 è un potenziale fattore di rischio per la trombosi venosa profonda, l'embolia polmonare e l'emorragia
Il Covid-19 è un potenziale fattore di rischio per la trombosi venosa profonda, l'embolia polmonare e l'emorragia: uno studio svedese su un milione di persone infettate ha analizzato i tassi di incidenza e di rischio rispetto a chi non ha contratto il virus, evidenziando l'importanza di mettere in atto strategie di diagnosi precoce e profilassi di questi eventi Le persone che sono state infettate dal virus SARS-CoV-2 sono ad aumentato rischio, fino a tre mesi dopo la risoluzione dell'infezione, di sviluppare coaguli di sangue, causa di tromboembolismo venoso. E anche se ad essere più colpiti sono quelli che hanno avuto forme gravi della malattia, anche coloro che hanno sviluppato il COVID-19 in forma lieve sono a rischio. A osservarlo è un ampio studio svedese guidato da Ioannis Katsoularis e Anne-Marie Fors Connolly, dell'Università di Umeå, e i cui risultati sono stati pubblicati sul British Medical Journal.
Covid-19 e coaguli di sangue
Il tromboembolismo venoso, dovuto alla formazione di coaguli, include la trombosi venosa profonda e l'embolia polmonare. La trombosi venosa si manifesta con coaguli di sangue che si formano generalmente a livello delle gambe e non è, solitamente, pericolosa. Mentre una complicanza potenzialmente fatale di questo evento include l'embolia polmonare, che si ha quando un coagulo si stacca a livello periferico e raggiunge una delle arterie che porta il sangue ai polmoni, bloccandola. Per verificare quanto perduri il rischio di questo evento a seguito del COVID-19, il team svedese ha analizzato dati raccolti su oltre un milione di persone che sono risultate positive al virus SARS-CoV-2 tra febbraio 2020 e fine maggio 2021 in Svezia, confrontandoli con quelli provenienti da poco più di quattro milioni di individui che non avevano contratto il virus, di età, sesso e paese di residenza corrispondenti.
Le evidenze sull'aumento dei tassi di incidenza di tromboembolismo ed emorragie
Dai risultati dell'analisi è emerso che, rispetto ai controlli, i tassi di incidenza della trombosi venosa profonda erano significativamente aumentati a 70 giorni da quando era stato contratto il virus, mentre quelli dell'embolia polmonare erano aumentati a 110 giorni e a 60 giorni risultavano più elevati i tassi di incidenza per l'emorragia. In particolare, il tasso di incidenza dell'embolia polmonare era di 36,17 (IC 95% 31,55 - 41,47), durante la prima settimana dopo il COVID-19, e di 46,40 (IC 95%, 40,61 - 53,02), durante la seconda settimana. Inoltre, i tassi erano più elevati durante la prima ondata della pandemia, rispetto alla seconda e alla terza. I ricercatori hanno trovato che le persone con COVID-19 avevano un rischio cinque volte più alto di trombosi venosa e di 33 volte maggiore di embolia polmonare, durante il primo mese dall'infezione, mentre il rischio di emorragia era doppio. Il rischio di sviluppare coaguli di sangue era più elevato tra le persone con COVID-19, al di là della gravità della malattia, anche se i soggetti con comorbidità o quelli ricoverati, specialmente se in terapia intensiva, erano più in pericolo rispetto ai pazienti con malattia lieve. Di contro, il rischio di emorragia era più alto tra chi aveva sofferto di una forma grave di COVID-19, ma non tra chi l'aveva contratto in forma lieve.
Sabina Mastrangelo
Fonti:
Katsoularis I. et al. BMJ (2022); doi: 10.1136/bmj-2021-069590
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A cura di Simona Zazzetta
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