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23 Luglio 2026Uno studio pubblicato su JAMA Internal Medicine evidenzia che il 46% delle nuove prescrizioni dopo un ricovero per scompenso cardiaco non viene dispensato entro sette giorni. A sei mesi, solo il 42% dei pazienti mantiene un'adeguata aderenza a tutte le terapie raccomandate.
La prescrizione delle terapie raccomandate alla dimissione ospedaliera non è sufficiente a garantirne l'avvio e la continuità nel tempo. È quanto emerge da uno studio pubblicato su JAMA Internal Medicine, su un campione di 6.111 pazienti dimessi dopo un ricovero per scompenso cardiaco in un sistema sanitario regionale statunitense. L'analisi mostra che il 46% delle nuove prescrizioni non viene ritirato entro sette giorni dalla dimissione e che, a sei mesi, solo il 42% dei pazienti mantiene un'adeguata aderenza a tutte le terapie prescritte.
Lo studio ha preso in esame 4.873 nuove prescrizioni, relative a beta-bloccanti, inibitori del sistema renina-angiotensina, antagonisti dei mineralcorticoidi e inibitori di SGLT2, 2.626 (54%) vengono ritirate entro sette giorni dalla dimissione, mentre 2.247 (46%) non risultano dispensate nello stesso periodo. Di queste ultime, 954, pari a circa il 19,6% del totale delle prescrizioni, vengono ritirate tra il settimo e il novantesimo giorno.
Le difficoltà proseguono anche dopo l’inizio della terapia: a un mese dalla dimissione, il 22% delle prescrizioni appena avviate risulta interrotto, mentre a sei mesi, tra i 5.183 pazienti valutati, soltanto il 42% ritira con regolarità tutti i medicinali per lo scompenso cardiaco; il 51%, invece, non abbandona nessuna delle terapie, anche se non sempre le segue con la stessa continuità.
I risultati evidenziano la necessità di sviluppare interventi di supporto all'utilizzo dei farmaci anche dopo la dimissione ospedaliera. In questo contesto, la farmacia territoriale può contribuire a favorire la continuità terapeutica attraverso la riconciliazione della terapia, il chiarimento dello schema posologico, l'individuazione di possibili duplicazioni o criticità e la verifica delle cause che possono ostacolare il ritiro o la prosecuzione del trattamento, come effetti indesiderati, difficoltà economiche o scarsa comprensione della terapia. Un successivo contatto con il paziente può inoltre consentire di intercettare interruzioni non concordate e favorire il confronto con il medico curante.
Lo studio è osservazionale e riguarda un solo sistema sanitario statunitense, ma evidenzia una criticità concreta: per migliorare gli esiti della patologia non basta prescrivere i farmaci raccomandati, ma occorre accompagnare il paziente anche dopo la dimissione.
Fonte:
https://jamanetwork.com/journals/jamainternalmedicine/article-abstract/2851432
ph.ch.magnific
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