Pensioni dopo Quota 100: le attuali possibilità di uscita e le novità al vaglio
Dal prossimo anno con la fine del regime di "Quota 100" per pensionarsi si dovrà aspettare il compimento dei 67 anni. Le novità e gli scenari alternativi
In pensione oltre cinque anni dopo il previsto? Il rischio dal 2022 per i dipendenti che contribuiscono all'Inps si fa concreto. Se non ci fossero norme ad attutire l'impatto dell'addio al regime "Quota 100" introdotto con la legge 26 nel 2019, dal prossimo anno per pensionarsi si dovrà aspettare il compimento dei 67 anni (con minimo 20 di contributi) per accedere alla pensione di vecchiaia o dei 42 anni e 10 mesi di lavoro per andare via se uomini e un anno in meno se donne.
Le attuali possibilità di uscita per il 2021-22
Serviranno cioè 4 o 5 anni in più rispetto all'attuale normativa, che consente di andare in pensione a 62 anni con 38 anni di contributi, a 63 con 37, a 64 con 36 (la somma tra età e anni di lavoro deve fare 100) ma scade a fine anno. I sindacati incalzano il governo Draghi, di scenari alternativi la legge ne prevede già. Ad esempio, è possibile andar via a 64 anni se si accetta di veder calcolata la pensione con il solo sistema contributivo, meno conveniente perché basato sui soli contributi del richiedente; per le donne questa chance con "opzione donna" è anticipabile a 58 anni; i lavoratori soggetti a mansioni usuranti, se contribuenti Inps, possono andare via a 61 anni con 35 anni di anzianità, e tra essi ci sono anche gli infermieri o chi ha fatto un numero abituale di turni di notte per 6 anni nell'arco degli ultimi 7 anni. Con l'Ape (anticipo pensionistico), con 41 anni di contributi possono pensionarsi sia chi già lavorava da almeno un anno prima dei 19 anni, sia disoccupati, caregiver di familiari disabili, invalidi civili sopra il 74%. Con la Finanziaria 2021, poi, si è acquisita la possibilità di contare tra i periodi contributivi, per intero, i periodi di part-time verticale senza limitarsi ai soli giorni lavorati. Si può infine cumulare gratuitamente i periodi lavorativi non contemporanei in cui si è contribuito a diverse casse pensionistiche, ricevendo un assegno da ciascuna di esse senza dover versare somme di proprio denaro (versamento che si impone invece in caso di ricongiunzione dei contributi presso un unico ente previdenziale). Su "Quota 100" ricordiamo che, anche se tra 7 mesi scade, chi ha maturato il diritto può far domanda pure nel 2022. Sul riconoscimento del lavoro notturno come usurante invece va aggiunto che in base alla normativa avviata con il decreto legislativo 374 del 1993 basta aver lavorato non meno di 78 notti l'anno nella fascia tra mezzanotte e le 5 del mattino per 7 anni negli ultimi 10, mentre la normativa sull'Ape richiede 6 anni negli ultimi 7.
Inps: 11,9 miliardi di euro non erogati causa Covid: ipotesi Quota 102
Comunque sia, l'impossibilità di pagare assegni a persone morte anzitempo per Covid-19 che avevano una certa speranza di vita e, se lavoratori, di aumento reddituale, dovrebbe generare per l'Inps, secondo gli attuari, un risparmio fino a 11,9 miliardi: la teoria dà slancio alle richieste dei sindacati di consentire a tutti di prendere la pensione dal 2022 con 41 anni di contributi senza limiti di età. In alternativa, si parla di "Quota 102": uscita possibile a 64 anni, con 38 di contributi o a 65 con 37 e così via; nella Pubblica Amministrazione, per incentivare il ricambio, si evoca un addio possibile a 62 anni e 30 minimo di contributi con assegno calcolato con regime contributivo. Da dimostrare, nel quotidiano delle farmacie, la praticabilità del contratto di espansione che già oggi consente di andar via a 62 anni, 5 prima del previsto, per far spazio ai giovani ma solo in aziende da 100 dipendenti in su. L'Inps, sola cassa interessata fin qui alla riforma dell'età pensionabile, ha controproposto un assegno pensionistico in due tranche, una parte calcolata in regime contributivo percepibile a partire dai 62 anni, e una "retributiva" più ricca che si aggiungerebbe a partire dai 67 anni. I sindacati dicono no, fin qui. In attesa di sviluppi, va sottolineato che il dibattito sul "dopo Quota 100" non riguarda i farmacisti titolari o contribuenti ad una sola cassa, l'Enpaf. Lo stesso ente ha comunicato a gennaio con una circolare che la professione è esclusa dai benefici di Quota 100, in quanto i contributi versati non possono concorrere al raggiungimento dei requisiti prescritti per erogare la pensione di questo tipo in Enpaf, né sono in parte utilizzabili per unirli ad una posizione contributiva Inps. Ciò non toglie che chi contribuisce sia in Inps sia in Enpaf possa «accedere al cumulo gratuito dei contributi, od alla totalizzazione parimenti gratuita, ovvero alla onerosa ricongiunzione per trasferire presso un unico ente tutti i contributi versati in più gestioni».
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A cura di Redazione Farmacista33
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