Semplificazione, da Spid a Cie: le ricadute sulla tessera sanitaria. Intervista a Gianluca Polifrone
Nel dialogo tra cittadino e pubbliche amministrazioni si va verso la carta di identità elettronica (CIE). Per gli addetti ai lavori il segnale può essere un passo verso la corretta gestione delle risorse in sanità
Addio codice SPID. Nel dialogo tra cittadino e pubbliche amministrazioni si va verso la carta di identità elettronica (CIE). Per gli addetti ai lavori il segnale può essere un passo verso la corretta gestione delle risorse in sanità. Il sottosegretario all'Economia Alessio Butti ha annunciato di voler passare dall'attuale sistema di aggancio, da parte del cittadino, dei server Pa con formula username-password tutta gestita da privati ad un dialogo gestito dallo stato con un solo documento portabile. «Dobbiamo cominciare a spegnere lo Spid e a promuovere la CIE come unica identità digitale, nazionale e gestita dallo Stato», ha detto. Prima di lui molti tecnici avevano pronosticato questa possibile rivoluzione, specie dopo che, con la crisi dei microchip, la CIE si avvia a diventare il re dei nostri documenti, l'unico dove l'interazione digitale è garantita. Stante la crisi dei microchip, le nuove tessere sanitarie si assegnano anche senza microchip (e si dovrebbe evitare di rottamare le vecchie).
Il digitale si diffonde e semplifica la vita ai cittadini
Direttore Ufficio di Presidenza e Segretario CdA AIFA e componente della Commissione Innovazione e Digitalizzazione dei Servizi Sanitari e del tavolo di lavoro "Telemedicina" Agenas, Gianluca Polifrone è autore di tre saggi di sanità digitale dove ha approfondito i vantaggi nell'affidare i processi di autenticazione del cittadino alla CIE. «In un contesto dove il digitale si diffonde e semplifica la vita ai cittadini ma il dialogo tra questi e l'ospedale ancora resta in gran parte analogico, con i dati del codice fiscale copiati talora a mano, è tempo che il legislatore converga verso un'identificazione unica del cittadino attraverso l'uso di un documento d'identità», ribadisce oggi Polifrone intervistato da Sanità33. «La CIE -la cui diffusione sta crescendo - è un pezzo di plastica con un chip che riporta appunto dati anagrafici e codice fiscale, da non confondere con la tessera sanitaria riportante il codice fiscale, nata nel 2004 in primis con l'obiettivo di monitorare la spesa farmaceutica territoriale. Adesso, la CIE può imporsi in strutture che funzionano con il codice fiscale». E può imporsi in prospettiva anche sullo SPID, che nasce, ricorda Polifrone, nel 2014 per sostituire username e password utilizzati per entrare nel solo portale INPS, ma è diventato un sistema di identificazione costante per 33 milioni di user, gestito dal mercato privato. Per la cronaca, sono operativi dieci gestori (Aruba, Intesa, InfoCert, Lepida, Namirial, Poste italiane, Sielte, SpidItalia, TeamSystem e Tim) ma lo Stato, come spiega Polifrone, «avrebbe interesse a far convergere il dialogo con i pubblici uffici su un unico documento come avviene nei paesi Baltici». Intanto, a causa della crisi dei chip, sono tecnologicamente entrate in crisi le tessere sanitarie che vengono ormai prodotte sia con chip sia senza. La produzione di partite differenti di TS, «può diventare una determinante di diseguaglianze, con regioni che sul microchip stanno costruendo i servizi delle loro tessere sanitarie ed altre dove le TS sono vuote; ma anche i servizi delle prime si avviano a non essere calibrati su standard nazionali», dice Polifrone. «Con la riforma del titolo V, però, il legislatore non ha mai avuto l'obiettivo di regionalizzare i servizi sanitari bensì quello di delegare la cura dei pazienti sul territorio. In un paese stretto e lungo come il nostro, con aree interne rurali, il digitale supportato dall'arrivo uniforme della tecnologia a banda larga è fondamentale per contrastare le diseguaglianze. E in sanità, lo stato resta azionista di maggioranza, in grado di conferire dei ruoli a player nazionali capillari come ad esempio Poste Italiane o le farmacie. Dal governo mi aspetto che in un'epoca storica difficile, di grave deficit pubblico, guerra, pandemie e crisi energetica, comprenda che l'innovazione va interpretata come semplificazione, risparmio, servizio al cittadino. Il fatto che si ci orienti verso la carta d'identità elettronica va nel segno della ottimizzazione della spesa. Posto che nel Servizio sanitario nazionale si spreca ancora molto e la voce informatica nei bilanci delle aziende sanitarie è consistente. Continuiamo a postare spesa corrente nella manutenzione di sylos vecchi quando investimenti mirati ci avrebbero fatto risparmiare quattrini. Ora è tempo di razionalizzare».
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A cura di Redazione Farmacista33
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