Payback sanitario dispositivi medici, pronta la proroga. Aziende: non basta, va cancellato
Pronta la bozza di decreto di proroga del payback sanitario per i dispositivi medici che punta a far slittare la scadenza al 30 aprile. Le aziende: va cancellato
È pronta la bozza di decreto di proroga del payback sanitario per i dispositivi medici che punta a far slittare la scadenza, su iniziativa del Mef, al 30 aprile in attesa di una sua revisione generale. La bozza, riporta l'agenzia Public Policy entra nel Consiglio dei ministri, previsto oggi (martedì 10 gennaio, ndr.) alle 18.30.
Verso la proroga: bozza decreto in Cdm
La notizia, circolata sulle agenzie, arriva nel giorno in cui operatori e lavoratori delle aziende produttrici di dispositivi medici hanno manifestato a Roma per chiedere l'abolizione del payback sanitario. Il meccanismo del payback sanitario è stato introdotto da un decreto Enti locali del 2015, durante il Governo Renzi, ma finora mai applicato. Il meccanismo prevede, appunto, che i fornitori di dispositivi medici (dai macchinari per eseguire le Tac alle singole garze e siringhe), nel caso in cui le Regioni abbiano superato i tetti di spesa per questi prodotti a loro imposti, siano obbligati "in solido" con la Regione a restituire parte dei pagamenti effettuati dalle stesse Regioni per l'acquisto dei prodotti medicali. Il payback sanitario impone alle aziende produttrici di sistemi medicali la restituzione di importi pari al 50% della spesa in eccesso effettuata dalle Regioni rispetto al tetto del 4,4% della spesa pubblica previsto per i dispositivi medici. Praticamente, come ricorda Public Policy, tutte le Regioni hanno sforato tale tetto tra il 2015 e il 2018 e questo fa sì che il payback sanitario, oggi, costerebbe alle aziende fornitrici circa 2,2 miliardi di euro.
Aziende: circa l'80% delle piccole imprese rischiano la chiusura
Con l'entrata in vigore del decreto, il meccanismo sarà "congelato" e poi, "nelle intenzioni del Governo, revisionato". Un'ipotesi che non soddisfa il settore, come si apprende dalle parole del presidente di Confindustria dispositivi medici, Massimiliano Boggetti durante la manifestazione riportate da Sanità33: "Non c'è nulla sul tavolo che possa compensare neanche un pagamento parziale di quello previsto, la norma è sbagliata e non abbiamo le risorse per farlo. È un meccanismo che non può funzionare. Noi contribuiamo già in maniera sostanziale alla salute dei cittadini attraverso le nostre innovazioni, ma non lo possiamo fare anche con i nostri soldi. Toccherà alle regioni trovare le risorse per fornire la salute ai cittadini". In Italia infatti, rileva, "non c'è un problema di spesa in dispositivi medici fuori controllo, ma di sottofinanziamento del Servizio sanitario nazionale (Ssn). Senza la cancellazione della norma, gli ospedali avranno grandi problemi di approvvigionamento se le imprese del comparto falliranno e inoltre si avranno pesanti ricadute anche sull'assistenza tecnica degli strumenti installati negli ospedali e sulla fornitura di tecnologie di qualità". Secondo le stime di Confindustria, "circa l'80% delle piccole imprese del nostro comparto (che solo oltre 5mila) rischiano la chiusura".
Assoram: una norma iniqua
In linea con le dichiarazioni di Boggetti anche Assoram che rappresenta gli operatori della distribuzione health che ha partecipato alla manifestazione nazionale contro il provvedimento. "È una norma iniqua - dichiara il Vicepresidente Carlo Mambretti, presente alla manifestazione. Le Regioni bandiscono gare che in totale superano il fondo sanitario a disposizione e le aziende vincitrici devono rimediare allo sforamento, ritrovandosi a dover ripianare addirittura il 50% dello scostamento dal tetto di spesa stabilito (4,4%)". Il problema non riguarda solo le imprese. "Questa misura può avere serie ripercussioni sull'operatività del Sistema Sanitario - dichiara Mila De Iure, Direttore Generale dell'Associazione. Il nostro è un tessuto imprenditoriale costituito da poche aziende grandi e da tante medio-piccole; pretendere 2,2 miliardi in pochi mesi significa minarne la stabilità economica. In questo modo si rischia un'interruzione delle forniture agli ospedali e un netto calo della qualità del servizio ai pazienti".
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A cura di Redazione Farmacista33
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