carenza di farmacisti
25 Maggio 2026La fuga dei farmacisti collaboratori dalle farmacie non dipende da una mancanza di voglia di lavorare dei giovani ma da condizioni professionali considerate sempre meno sostenibili. Il Conasfa denuncia pressione burocratica, assenza di crescita professionale, burnout e gli effetti di una “paralisi contrattuale cronica”.

La carenza di farmacisti collaboratori e la fuga dalla professione non dipendono da una presunta mancanza di voglia di lavorare dei giovani: “i farmacisti non stanno scappando dal lavoro in sé, ma dalle condizioni in cui sono costretti a svolgerlo”, segnate da crescente pressione burocratica e commerciale e da “scarse gratificazioni”, che hanno portato molti professionisti a ridefinire le proprie priorità. La denuncia contro una lettura “semplicistica” del fenomeno, che non può essere ridotto a una narrazione sul disimpegno professionale dei giovani, arriva dal Conasfa, che punta il dito anche contro “l’impatto di una paralisi contrattuale cronica” e chiama in causa “chi siede nelle posizioni di comando”.
La fuga dei farmacisti collaboratori dalle farmacie è una “vera e propria emorragia di professionisti che scelgono di abbandonare il bancone, spesso cambiando radicalmente percorso di vita” sottolinea Conasfa e il rischio è che istituzioni e rappresentanza datoriale diano una risposta “pericolosamente semplicistica” basata su clichè dei giovani che “non hanno più voglia di lavorare”, “mancano di spirito di sacrificio”.
“Una narrazione comoda, che serve solo a scaricare la colpa sui lavoratori, ma che nasconde una realtà ben diversa e molto più profonda – sottolinea Conasfa. - La verità è che non siamo di fronte a una crisi di pigrizia, ma a una crisi di prospettiva e di benessere psicologico”.
Secondo Conasfa, a favorire la fuga contribuiscono una “pressione quotidiana al bancone aumentata esponenzialmente, un ingranaggio burocratico e commerciale, mille adempimenti e scarse gratificazioni”, a fronte di una “mancanza di valorizzazione e di un percorso di crescita”. Quella del farmacista, scrive il Conasfa è “una professione "piatta", dove l'ingresso e il culmine della carriera rischiano di coincidere, spegnendo ogni sana ambizione”. A questo si aggiunge il “carico di stress con turni logoranti e la sensazione di non essere considerati una risorsa centrale, ma un mero costo da ottimizzare”.
Da qui la “scelta di ridefinire le proprie priorità che non è disimpegno ma un sano meccanismo di difesa contro il burnout”.
Per il Conasfa, “chi siede nelle posizioni di comando, chi governa le Istituzioni del settore e chi ha la proprietà delle Farmacie, ha un dovere preciso, finora ampiamente disatteso: creare le condizioni adeguate per rendere questo lavoro nuovamente desiderabile”.
“La responsabilità del futuro della farmacia italiana ricade interamente su chi ha il potere di cambiare le cose. Non si può ignorare l'impatto di una paralisi contrattuale cronica: i farmacisti delle farmacie private hanno dovuto attendere ben otto anni per il precedente rinnovo”.
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