Farmaci di automedicazione, Indagine Cergas-Bocconi: fonte di aderenza e risparmi per il Ssn. Farmacisti e medici nel monitoraggio utenti
L'automedicazione è un'opportunità per i servizi sanitari, migliora l'aderenza terapeutica, ma serve passo in avanti nella digitalizzazione dei servizi
L'automedicazione è un'opportunità per i servizi sanitari nazionali: non solo non intacca l'aderenza terapeutica del paziente, ma la migliora e consente allo stato di dedicare a cronicità ed altre spese le risorse prima destinate a coprire i costi di principi attivi per disturbi brevi. Ma per un'automedicazione consapevole servono un balzo in avanti nella digitalizzazione dei servizi, regole comuni per il fascicolo sanitario ed il dossier farmaceutico, protocolli condivisi per una comunicazione unanime al paziente in materia di automedicazione, e a monte una riclassificazione dei principi attivi che distingua i farmaci "da banco" dagli integratori (che talora hanno alla base stesso principio attivo e persino stessi dosaggi) e dai dispositivi medici. Il ragionamento parte da un'indagine del Cergas dell'Università Bocconi di Milano su un panel di 11 tra medici di famiglia, specialisti, farmacisti, esponenti di regioni, consumatori, produttori.
Con switch a Otc di farmaci per disturbi brevi, più risorse per cronicità
Agli esperti sono stati sottoposti tre cluster di quesiti, che tendevano a dare risposte ad altrettante domande chiave: se l'automedicazione peggiora o migliora l'aderenza alle terapie, se può o no far risparmiare risorse chiave ai servizi sanitari, se ha o no bisogno di digitalizzazione. Nell'indagine illustrata dalla ricercatrice Cergas-SDA Monica Otto sono state considerate quattro aree specialistiche - malattie da raffreddamento, gastriche, neurologiche e cardiovascolari - e almeno nelle prime due c'è sostanziale accordo sul fatto che il passaggio in meno dal medico di famiglia faccia crescere l'aderenza della terapia e di qui l'efficacia della cura; su problemi neurologici/nervosi e cardiovascolari i medici chiedono cautela. Nel panel c'è consenso sul chiedere un ruolo educativo e di sorveglianza ai medici di famiglia, seguiti da farmacisti e da infermieri di famiglia ove presenti. Ai pazienti andrebbero veicolati contenuti su cui tutti gli operatori sono d'accordo, e serve in merito una collaborazione tra operatori sanitari. Il panel concorda con l'idea che se un'AIFA disponesse lo switch a Otc di farmaci per disturbi "brevi" oggi dispensati con ricetta, si libererebbero risorse per curare malattie più gravi e cronicità, e crescerebbe il ruolo del farmacista nel gestire il paziente.
Sul Fascicolo sanitario elettronico si avvii collaborazione interprofessionale
Ma a monte di tale riforma, come sottolinea il presidente Federfarma Marco Cossolo, serve riportare nota dei farmaci dispensati nel Fascicolo sanitario elettronico, ad oggi non del tutto attivo in alcune regioni; e serve il dossier farmaceutico dove il farmacista riporta i dati anche dei medicinali d'automedicazione dispensati. Per la gestione del fascicolo, Cossolo sottolinea l'importanza di protocolli condivisi tra medici di famiglia e farmacisti per non generare incertezze. Inoltre, ricorda che il decreto legge 106 all'articolo 34 già impone oggi ai farmacisti di tenere traccia delle dispensazioni dei farmaci, non solo di fascia A ma anche di fascia C e senza obbligo di prescrizione. «Abbiamo raccolto i dati di 17 mila farmacie, li abbiamo e finora ce li ha chiesti solo l'Aifa».
Paola Minghetti (Facoltà di Farmacia UniMi) sottolinea tre aspetti: lo shift di farmaci con obbligo di prescrizione a Otc era misura necessaria qualche anno fa quando in Italia troppi principi erano soggetti alla ricetta, ora ci siamo allineati al resto d'Europa e non è più priorità; manca però una classificazione che distingua i principi attivi passati, spesso agli stessi dosaggi ma con dicitura differente a seconda del prodotto, sia come integratori sia come farmaci (a volte questi ultimi hanno persino l'obbligo di ricetta). Sia per la classificazione, sia per impostare protocolli condivisi di comunicazione esperta al paziente sull'automedicazione, è importante che gli operatori della salute parlino con una sola voce. A tale scopo, sottolineano sia Minghetti sia Cossolo, le loro rappresentanze potrebbero dialogare con l'università per arrivare a linee di indirizzo condivise. Altra proposta di Minghetti, si potrebbe utilizzare la farmacia come luogo elettivo per sperimentazioni di fase IV sull'uso di principi attivi commercializzati come "da banco".
Anche per Carolina Carosio (presidente dei giovani farmacisti di Fenagifar, altra protagonista della tavola rotonda moderata dall'economista SDA Claudio Jommi) è fondamentale che sul FSE si avvii una collaborazione interprofessionale e a monte dobbiamo avere strumenti idonei, e far sì che la raccolta dati non sia affidata alla sola buona volontà dei singoli. I farmacisti sono le prime sentinelle ma serve un'attenzione comune, potenziata, dunque una condivisione delle informazioni. Ogni categoria dovrebbe essere meno gelosa dei propri dati e delle proprie competenze e tutte dovrebbero parlare con una sola voce».
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A cura di Redazione Farmacista33
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A cura di Luca Guizzon (Farmacista clinico esperto in fitoterapia e galenica)