farmacisti
09 Marzo 2026In occasione della Giornata internazionale della donna che si cembra l'8 marzo, riceviamo e pubblichiamo un contributo a firma di Luigi D’Ambrosio Lettieri Presidente Ordine interprovinciale Farmacisti Bari-BAT

Ci sono parole che non hanno bisogno di alzare la voce per imporsi. “Donna” è una di queste. È una parola che attraversa i secoli con passo lieve e con radici profonde, capace di incidere la storia senza clamore, ma con una forza che resta. Nelle scienze, nelle professioni, nel volontariato, nell’arte, nelle istituzioni, nella famiglia, la donna è stata spesso la trama invisibile che tiene insieme il tessuto della società, la linfa che nutre e che rinnova.
Questo tratto emerge con particolare evidenza anche nella professione farmaceutica. Oggi la farmacia italiana ha un volto in larga parte femminile: donne preparate, competenti, consapevoli, protagoniste nell’affermazione di una fondamentale dimensione sanitaria e assistenziale dove la scienza incontra la prossimità.
Durante la pandemia da Covid-19 questa presenza si è fatta testimonianza concreta di dedizione e coraggio. In farmacia e negli ospedali c’erano in misura prevalente donne farmaciste che garantivano continuità terapeutica, informazione corretta, orientamento affidabile in un tempo attraversato da paura e disinformazione. Non solo un camice bianco. Ha prevalso l’esperienza di madri abituate a vegliare, di figlie capaci di ascoltare, di mogli che conoscono il peso delle responsabilità condivise. Oggi è ancora così!
La loro è stata una resilienza silenziosa e quotidiana, vissuta spesso conciliando turni estenuanti con responsabilità familiari non meno gravose. In quella stagione difficile, la donna farmacista ha incarnato l’idea più alta di sanità: prossimità autentica, affidabilità, rapporto relazionale sintonizzato sulle frequenze di una profonda umanità.
Non si sono limitate alla dispensazione del farmaco. Hanno garantito le terapie a pazienti cronici disorientati; hanno gestito carenze e tensioni negli approvvigionamenti con equilibrio e rigore; hanno somministrato vaccini, studiato in tempo reale protocolli, dispositivi di protezione, modalità di esecuzione di test diagnostici; hanno organizzato spazi, flussi, procedure, assumendosi la responsabilità della sicurezza propria e degli altri.
Hanno ascoltato paure, chiarito dubbi su vaccini e terapie, contrastato disinformazione e notizie infondate con l’unica arma legittima del professionista sanitario: la competenza fondata sull’evidenza scientifica. In molti casi hanno trasformato la farmacia in un presidio di orientamento sanitario e sociale, divenendo punto di riferimento per anziani soli, famiglie in difficoltà, cittadini privi di altri interlocutori.
Vi è una dimensione del femminile che merita di essere nominata con rispetto e delicatezza: il rapporto della donna con il dolore. Lo incontra nei ritmi stessi della propria natura e lo attraversa nella sua forma più intensa e sublime nell'atto del parto, in cui il limite fisico diventa soglia di vita nuova. Ma proprio perché conosce il dolore, la donna ha il diritto assoluto di non doverlo subire per mano altrui. La sua stoica resistenza interiore non può essere invocata per giustificare il dolore inflitto: fisico o morale, visibile o nascosto. La donna che ha dato la vita non può essere privata della propria dignità. Il confine tra la forza e la sopraffazione è netto, e va difeso con fermezza. Amare le donne significa trasformare l'ammirazione in responsabilità, il rispetto in tutela.
Onorare le donne non significa indulgere in retoriche rituali. Significa riconoscere una presenza essenziale, una forza che genera futuro. Gli uomini che amano le donne non le temono né le confinano: le rispettano nella loro libertà, ne riconoscono il talento, ne sostengono l’autorevolezza.
Alle donne tutte, e in modo particolare a mia madre centenaria, a mia moglie e alle mie colleghe farmaciste, va una gratitudine profonda. Per ciò che fanno e per come lo fanno. Perché nella loro storia e nella loro professionalità non c’è soltanto competenza tecnica, ma una forma alta di servizio che unisce sapere e coscienza, rigore e compassione. È una sintesi preziosa e potente che illumina la quotidianità e lascia tracce durature.
E forse è proprio questo il segreto della parola “donna”: non il rumore, ma la forza. Non l’apparenza, ma la sostanza. Una presenza che non chiede applausi e che cambia il mondo.
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