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Cardiologia

11 Settembre 2026

Omega-3 e fibrillazione atriale: dose e profilo cardiovascolare influenzano il rischio

Una metanalisi su oltre 114 mila partecipanti indica che l’associazione tra omega-3 e fibrillazione atriale non è uniforme, ma emerge soprattutto nelle persone ad alto rischio cardiovascolare esposte a dosi elevate di EPA e DHA

 

di Paolo Levantino - Farmacista clinico


cuore stetoscopio

Dosi elevate di omega-3, superiori a 1.500 mg al giorno di EPA e DHA, sono associate a un aumento significativo del rischio di fibrillazione atriale nei soggetti ad alto rischio cardiovascolare, mentre il segnale non emerge con dosi inferiori né nei partecipanti a basso rischio. È quanto indica una metanalisi pubblicata su Circulation: Arrhythmia and Electrophysiology, che ha riunito 35 trial randomizzati e 114.592 partecipanti, analizzando il rischio di aritmia in relazione sia al profilo cardiovascolare sia alla quantità di EPA e DHA assunta.

Il segnale emerge con dosi elevate

Un aumento statisticamente significativo della fibrillazione atriale è emerso soltanto nei partecipanti ad alto rischio cardiovascolare che assumevano più di 1.500 mg al giorno di EPA e DHA. In questo gruppo l’aritmia si è verificata nel 2,6% dei trattati e nell’1,8% dei controlli, con un aumento relativo del 43% e assoluto dello 0,8%, pari a circa otto casi in più ogni mille persone.

Nessun aumento significativo è stato osservato nei partecipanti ad alto rischio trattati con dosi inferiori, né in quelli a basso rischio cardiovascolare. Tuttavia, un possibile rischio non può essere escluso, soprattutto nei soggetti a basso rischio esposti a dosi elevate, poiché il numero limitato di partecipanti e di eventi ha reso le stime meno precise.

I 1.500 mg non rappresentano una soglia clinica

La suddivisione a 1.500 mg al giorno è stata utilizzata dagli autori per confrontare gli effetti delle diverse quantità di EPA e DHA e non deve quindi essere interpretata come una soglia clinica oltre il quale il rischio aumenta automaticamente e al di sotto della quale possa essere escluso. La metanalisi suggerisce piuttosto che la dose e il profilo cardiovascolare debbano essere considerati insieme, poiché la stessa quantità di EPA e DHA può assumere un significato diverso in una persona senza particolari fattori di rischio e in un paziente con una maggiore vulnerabilità cardiovascolare.

In molti studi la fibrillazione atriale non era un esito prestabilito ed è stata rilevata con metodi non uniformi. Le differenze tra popolazioni, formulazioni e dosaggi, insieme al numero limitato di eventi in alcuni sottogruppi, riducono inoltre la precisione delle stime. Servono quindi studi mirati per chiarire meglio il rapporto tra dose, durata del trattamento e caratteristiche dei pazienti.

Nel complesso, i risultati non giustificano un allarme generalizzato nei confronti degli omega-3, ma suggeriscono cautela nell’impiego di dosi elevate nei pazienti ad alto rischio cardiovascolare.

Fonte

Circ Arrhythm Electrophysiol. 2026 Jul 28. doi:10.1161/CIRCEP.125.014785.

 

TAG: FIBRILLAZIONE ATRIALE, OMEGA-3, INTEGRATORI

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