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25 Novembre 2023

Violenza sulle donne, dati e indicazioni per gli operatori sanitari: campanelli d'allarme e gestione richieste di aiuto

In occasione della Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne molte iniziative vedono in prima linea sanitari, farmacisti compresi. A emergere sono anche alcune indicazioni su come rilevare campanelli di allarme e gestire una richiesta di aiuto.

di Francesca Giani


Violenza sulle donne, dati e indicazioni per gli operatori sanitari: campanelli d'allarme e gestione richieste di aiuto

La violenza contro le donne rappresenta uno dei principali problemi di salute pubblica: nel mondo 1 donna su 3, nel corso della propria vita, l’ha subita e in Italia riguarda oltre il 31% delle donne tra i 16 e i 70 anni. È questo il quadro che emerge nell’ambito della Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, che si celebra il 25 novembre. Tante le iniziative che vedono in prima linea sanitari, farmacisti compresi, e a emergere sono anche alcune indicazioni su come rilevare campanelli di allarme e gestire una richiesta di aiuto.

Violenza sulle donne: fenomeno in aumento. Ecco dove le vittime cercano aiuto
«Il fenomeno» ha detto il Ministro della Salute Orazio Schillaci in occasione delle celebrazioni in vista della ricorrenza «ha assunto dimensioni allarmanti». Secondo i dati, «nel 2022 sono stati registrati 14.448 accessi al Pronto Soccorso di donne con indicazione chiara di violenza, un dato che risulta cresciuto, rispetto al 2021, del 13%». A essere le più colpite sono le giovani, comprese nella fascia di età 18-34 anni (9,7 per 10.000), seguite dalle donne adulte di 35-49 anni (8,1 per 10.000).
«Il pronto soccorso resta il luogo privilegiato dove è possibile intercettare la vittima di violenza, perché è qui che si cerca il primo intervento sanitario. Il 19% delle vittime che inizia un percorso di uscita dalla violenza, lo fa al momento dell’accesso a questa struttura». Ma «si stima anche che circa l’8,6 % delle donne vittime di violenza che si rivolge al pronto soccorso vi accede più di una volta».
Oggi, continua, «sappiamo che le forme più gravi di violenza contro le donne sono esercitate da partner o ex partner, parenti e amici». Secondo il Report Istat, “nel 2022 si stima che i femminicidi siano 106, sul totale delle 126 donne uccise nel corso dell’anno. Il dato è in linea con quanto rilevato negli ultimi tre anni”, ma risulta anche esserci una crescita “nel numero di donne uccise da parenti (0,14 per 100mila donne, 0,10 nel 2021)”. Nel 2022, poi, “sono 61 le donne uccise da un partner o un ex partner, tutti di sesso maschile”.
In questo quadro, continua il Ministro, «per le donne vittime di violenza la rete di protezione è di fondamentale importanza: come emerge dai dati Istat, riferiti agli anni 2021 e 2022, prima di iniziare il percorso di uscita dalla violenza, il 40% delle donne si è rivolta ai parenti per cercare aiuto, il 30% alle forze dell'ordine, il 19,3% ha fatto ricorso al pronto soccorso e all'ospedale».

Fondamentale la rete di protezione e la formazione degli operatori, anche sul territorio
Il nostro «sistema sanitario» aggiunge Schillaci «mette a disposizione una rete capillare di servizi e assicura un modello integrato di intervento. C’è, in questo senso, la necessità che gli operatori sanitari siano preparati a una presa in carico tempestiva e idonea». Ma, «dal momento che spesso la violenza rimane nascosta, per individuarne i segnali il più rapidamente possibile, è importante rafforzare le competenze degli operatori sociosanitari che entrano in contatto con le vittime, promuovendo e attivando sempre di più programmi specifici di formazione», anche in una chiave di «rafforzamento dell’assistenza territoriale di prossimità, che assume, anche per queste problematiche, una rilevanza preminente».
A emergere è, infatti, anche un altro aspetto importante: dal 2022, all’interno delle donne che si sono rivolte ai centri anti violenza, risulta in aumento il dato relativo a quelle che vi sono state indirizzate da figure sanitarie sul territorio, in primo luogo da medici di medicina generale e pediatri (6-7% sul totale). Proprio dagli operatori sanitari del territorio, che si rivolgono, essi stessi, al numero anti violenza, 1522, per chiedere supporto su come gestire le situazioni, arriva la richiesta di una maggiore preparazione sul tema.
Per quanto riguarda il comparto va segnalato che sono in aumento le iniziative a sostegno delle donne vittime di violenza, che si concretizzano in campagne di sensibilizzazione nelle farmacie, iniziative di informazioni e di orientamento rispetto alle strutture e alla rete di contrasto, ma anche di supporto, collocando i farmacisti nell’ambito degli operatori sentinelle sul territorio.
Dal Ministro viene segnalata infine un’altra riflessione: «Quando si parla di violenza sulle donne, non si può non pensare alle tante donne impegnate nelle professioni sanitarie e sociosanitarie che subiscono aggressioni verbali e fisiche. Sul totale delle aggressioni agli operatori sanitari, circa il 70% riguarda proprio donne».

L’approccio alla donna vittima: necessario un lavoro in équipe
Ma come relazionarsi a una donna che segnala situazioni di violenza? «La propensione a rendere pubblica la violenza nella donna vittima» spiega - all’interno di un percorso formativo realizzato da Edra “Violenza di genere: valutazione clinica e valutazione del rischio. Casi clinici e l’esperienza SVSeD” -, Alessandra Kustermann, ginecologa e fondatrice del primo centro antiviolenza pubblico, «è più elevata se è a opera di uno sconosciuto o un conoscente occasionale, meno, invece, nei contesti familiari». C’è un senso di «vergogna che accompagna sempre la percezione di aver subito atto ingiusto, una sensazione, in qualche modo, che, se ci si fosse comportate diversamente, non sarebbe successo. “Se avessi chiuso più rapidamente il portone, quell’uomo non sarebbe entrato”».
Questo è un elemento importante per gli operatori sanitari che assistono la vittima: «Si tratta di un sistema di difese che, nella fase iniziale del trauma, aiuta a evitare che si sviluppi una sindrome post traumatica da stress di lungo periodo. Può essere importante, cioè, che l’operatore sanitario, nella fase iniziale, appunto, non contrasti quella percezione», perché «diminuisce l’angoscia esistenziale della vittima, l’aiuta a pensare che in un’altra situazione avrebbe potuto difendersi».
In generale, «l’approccio dell’operatore sanitario non deve essere giudicante: occorre, infatti, evitare di mettere in atto una colpevolizzazione secondaria nei confronti della donna. Mai chiedere, per esempio, “perché non sei scappata?” o “perché sei rimasta con lui per tutti questi anni”, nel caso di violenze nella coppia».

Per occhi esterni «l’aver ricevuto una prima volta un’aggressione è motivo sufficiente per non tornare dal partner», ma sono processi estremamente «complessi». Soprattutto nei contesti domestici, la violenza compie, in un certo senso, «un ciclo, in cui l’esplosione che porta all’episodio è una fase. C’è, per esempio, un momento in cui il partner si scusa. Ma proprio in questa fase mette in atto un processo di colpevolizzazione: “se tu non ti fossi comportata così”».
Anche quando la donna vittima non racconta, nascondendo la violenza subita, «ci sono segnali inespressi, nel suo atteggiamento, nella presenza, quasi ossessiva, del partner al suo fianco, ma anche nel ritardo con cui richiede assistenza sanitaria, con cui accede al Pronto soccorso in presenza di ecchimosi importanti».
Per l’équipe del Pronto Soccorso «è fondamentale effettuare una appropriata valutazione del rischio che l’episodio si ripeta o che sia seguito da violenze più gravi».
Ma alcune elementi possono rappresentare un campanello d’allarme anche prima dell’esplosione della violenza: «Far riferimento alla gelosia del partner, a episodi in cui si è mostrato particolarmente possessivo, sono segnali da prendere in considerazione».
In Italia, «i centri anti violenza sono parecchi. Il consiglio che rivolgo ai medici e agli infermieri che prestano la prima assistenza, ai terapeuti, e in generale agli operatori sanitari, è di non affrontare da soli il problema della violenza: è estremamente complesso, richiede la presenza di tante figure, tra cui lo psicologo, e richiede una rete di protezione strutturata attorno alla donna».

TAG: VIOLENZA DOMESTICA, VIOLENZA SULLE DONNE, GIORNATA MONDIALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

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