salute della donna
02 Luglio 2026Un consenso internazionale propone di sostituire l'acronimo PCOS con PMOS per descrivere in modo più accurato una patologia multisistemica. L'obiettivo è favorire una diagnosi più appropriata, una migliore presa in carico e una maggiore consapevolezza della complessità della malattia.

La sindrome dell'ovaio policistico potrebbe presto cambiare nome. Un consenso internazionale multidisciplinare pubblicato su The Lancet propone di sostituire la denominazione Polycystic Ovary Syndrome (PCOS) con Polyendocrine Metabolic Ovarian Syndrome (PMOS), per descrivere in modo più accurato una patologia complessa che coinvolge non solo l'apparato riproduttivo, ma anche aspetti endocrini, metabolici, dermatologici e psicologici.
Secondo gli autori, l'attuale denominazione ha contribuito nel tempo a una visione eccessivamente ovaro-centrica della malattia, relegandola a un disturbo prevalentemente ginecologico e riproduttivo. Una definizione ritenuta oggi riduttiva e non più coerente con le evidenze scientifiche e con i criteri diagnostici delle più recenti linee guida internazionali.
Tra le principali criticità della definizione di PCOS vi è il riferimento alle "ovaie policistiche", elemento che può risultare fuorviante perché la presenza di cisti ovariche non rappresenta un requisito indispensabile per la diagnosi. Questo aspetto, sottolineano gli esperti, può generare errori interpretativi, ritardi diagnostici e incomprensioni nel rapporto tra medico e paziente.
La sindrome, infatti, è caratterizzata da un insieme di alterazioni endocrine e metaboliche, con ripercussioni anche sulla salute riproduttiva, dermatologica e psicologica, dimensioni che l'attuale denominazione tende a non rappresentare adeguatamente.
Anche sul piano della ricerca e dell'organizzazione sanitaria, una terminologia più precisa potrebbe migliorare la classificazione epidemiologica della malattia, la codifica nei sistemi diagnostici, la confrontabilità degli studi e l'allineamento dei percorsi terapeutici, con possibili ricadute positive anche sull'accesso ai finanziamenti per la ricerca e sulla presa in carico a lungo termine.
Il percorso che ha portato alla proposta del nuovo nome prende avvio dalle raccomandazioni formulate dal National Institutes of Health statunitense nel 2012 ed è stato sviluppato attraverso un processo di consenso coordinato da 56 organizzazioni internazionali.
La metodologia ha previsto survey globali, processi Delphi modificati, workshop e attività di co-design, con il coinvolgimento diretto delle pazienti. Complessivamente sono state raccolte oltre 14.000 risposte da donne e professionisti sanitari per valutare l'impatto della terminologia tradizionale e individuare la definizione più rappresentativa della malattia. Il processo è stato affiancato anche da un'analisi di sostenibilità comunicativa, finalizzata a individuare un acronimo scientificamente corretto ma facilmente utilizzabile nella pratica clinica a livello internazionale.
L'acronimo Polyendocrine Metabolic Ovarian Syndrome (PMOS) è quello che ha raccolto il maggiore consenso perché riflette le principali caratteristiche della sindrome. Il termine polyendocrine richiama il coinvolgimento di molteplici assi ormonali; metabolic evidenzia il ruolo centrale delle alterazioni metaboliche e dell'insulino-resistenza; ovarian mantiene il riferimento alla disfunzione ovarica senza limitarla a un semplice aspetto morfologico.
L'adozione della nuova nomenclatura seguirà un percorso internazionale articolato in otto fasi, con l'obiettivo di completarne l'integrazione nei sistemi di classificazione delle malattie e nelle future linee guida entro tre anni.
Per gli autori, il cambio di denominazione rappresenta un'opportunità per favorire una visione della malattia come condizione cronica che accompagna la donna lungo tutto l'arco della vita, anche oltre la menopausa.
La nuova terminologia potrebbe inoltre contribuire a superare un approccio diagnostico eccessivamente basato sull'ecografia, già ridimensionato dalle linee guida internazionali del 2023, riducendo il rischio di diagnosi inappropriate e il conseguente impatto psicologico sulle pazienti.
Gli esperti sottolineano tuttavia che il nuovo nome non rappresenta un punto di arrivo, ma l'inizio di un percorso volto a migliorare la comprensione della patologia. La marcata eterogeneità clinica della sindrome richiederà infatti ulteriori studi per definire strategie diagnostiche e terapeutiche sempre più personalizzate e orientate alla gestione a lungo termine.
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