Neurologia
14 Luglio 2026Alcuni metaboliti rilevabili nel sangue potrebbero aiutare a identificare già nella mezza età i soggetti più esposti al rischio di declino cognitivo, favorendo strategie preventive più mirate.

Quando l’età metabolica, misurata sulla base di un insieme di metaboliti presenti nel sangue, risulta superiore a quella anagrafica, il rischio di demenza complessiva aumenta del 20% e quello di demenza vascolare del 61%, oltre a una maggiore probabilità di sviluppare la malattia più precocemente. Inoltre, nei soggetti con un profilo metabolico più “vecchio”, il rischio aumenta ulteriormente in presenza di una specifica predisposizione genetica. È quanto emerge da uno studio condotto su oltre 223.000 partecipanti della UK Biobank e basato sull’analisi dei metaboliti plasmatici. Tra quelli maggiormente associati al rischio di demenza figurano lipidi e lipoproteine, aminoacidi ramificati e marker dell’infiammazione.
Lo studio, pubblicato su Alzheimer’s & Dementia, ha coinvolto partecipanti seguiti per circa 14 anni. Secondo gli autori, i risultati suggeriscono che alterazioni metaboliche e infiammatorie possano riflettere processi biologici coinvolti nello sviluppo delle malattie neurodegenerative molti anni prima della comparsa dei sintomi clinici.
Tra i metaboliti associati al rischio figuravano, in particolare, aminoacidi ramificati come leucina e valina e alcuni marker infiammatori, tra cui GlycA. Lo studio ha inoltre approfondito il rapporto tra età metabolica e predisposizione genetica. I partecipanti con una MileAge elevata e portatori di due copie dell’allele APOE ε4 presentavano un rischio di demenza fino a 10 volte superiore rispetto ai soggetti di riferimento. I risultati indicano che rischio genetico e invecchiamento metabolico potrebbero contribuire attraverso meccanismi distinti ma complementari all’aumento del rischio complessivo di malattia.
Nel setting della farmacia di comunità, i risultati richiamano l’attenzione sull’importanza del controllo dei fattori di rischio cardiometabolico modificabili, soprattutto nei pazienti con sindrome metabolica, diabete, dislipidemia o rischio cardiovascolare elevato.
In questo contesto, il farmacista può contribuire al monitoraggio dell’aderenza terapeutica e alla promozione di interventi sui fattori di rischio modificabili associati anche al declino cognitivo. I risultati dello studio suggeriscono, inoltre, che biomarcatori metabolici e infiammatori potrebbero, in futuro, contribuire a una più precoce stratificazione dei soggetti a rischio, favorendo strategie preventive più personalizzate.
Fonte:
Alzheimer's Dement. 2026;22:e71280, https://doi.org/10.1002/alz.71280
ph.cr.magnific
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