antibiotici
04 Novembre 2026Un'indagine statunitense pubblicata su JAMA Network Open rileva che una parte dei genitori intervistati dichiara di aver esagerato o inventato almeno una volta i sintomi del figlio per ottenere antibiotici. I risultati richiamano l'attenzione sulle aspettative dei genitori e sull'appropriatezza prescrittiva.

Neli Stati Uniti oltre un genitore su quattro dichiara di aver esagerato o inventato i sintomi del proprio figlio per ottenere una prescrizione di antibiotici. È quanto emerge da uno studio statunitense pubblicato su JAMA Network Open, condotto da un gruppo di ricercatori della Spencer Fox Eccles School of Medicine dell'Università dello Utah. L'indagine, che ha coinvolto 236 genitori e caregiver, ha esaminato la frequenza e le motivazioni dei comportamenti con cui vengono intenzionalmente alterate le informazioni fornite al medico, evidenziando il ruolo delle convinzioni e delle aspettative nei confronti degli antibiotici.
Lo studio è stato condotto attraverso un questionario online somministrato tra gennaio e febbraio 2026 a un campione di adulti statunitensi con figli di età inferiore ai 18 anni. Dei 236 caregiver coinvolti, 63 (26,7%) hanno dichiarato di aver alterato almeno una volta la descrizione dei sintomi del figlio con l'obiettivo di ottenere antibiotici. In particolare, 57 partecipanti (24,2%) hanno riferito di aver esagerato sintomi effettivamente presenti, mentre 51 (23,6%) hanno dichiarato di averne inventati. Quarantacinque intervistati (19,1%) hanno ammesso entrambi i comportamenti.
Tra gli esempi considerati dai ricercatori figurano l'aver riferito al medico una tosse persistente da due settimane quando in realtà durava da una sola settimana, oppure l'aver dichiarato che il bambino aveva avuto febbre anche in assenza di questo sintomo. La maggioranza degli intervistati, 173 caregiver (73,3%), ha invece dichiarato di non aver mai modificato intenzionalmente le informazioni sui sintomi del figlio per ottenere una prescrizione.
L'indagine ha approfondito anche le ragioni che possono spingere i genitori a modificare le informazioni riferite al medico. Tra coloro che hanno dichiarato questi comportamenti, il 71,4% riteneva che gli antibiotici fossero l'unica soluzione per il bambino gravemente malato, mentre il 66,7% pensava che il trattamento potesse consentire al figlio di tornare più rapidamente a scuola o alle attività extrascolastiche. Il 63,5% riteneva inoltre di conoscere la storia clinica del bambino meglio del medico.
Questi risultati mettono in evidenza il peso delle convinzioni sull'utilità degli antibiotici, in particolare l'aspettativa che possano favorire una guarigione più rapida.
Nell'introduzione dello studio, gli autori ricordano che le decisioni prescrittive in ambito pediatrico possono essere influenzate dalle aspettative dei genitori. Richiamando precedenti ricerche, osservano che i medici possono essere più propensi a prescrivere antibiotici non necessari quando percepiscono che i caregiver si aspettano questo trattamento. A queste dinamiche si aggiunge la possibilità che le informazioni cliniche vengano intenzionalmente alterate, rendendo più complessa la valutazione della necessità di una terapia antibiotica.
Secondo i ricercatori, la descrizione non accurata dei sintomi potrebbe complicare ulteriormente le decisioni terapeutiche e ostacolare gli interventi per promuovere l'uso appropriato degli antibiotici. La valutazione delle infezioni pediatriche presenta già difficoltà legate alla distinzione tra origine virale e batterica. Le convinzioni dei genitori e le informazioni fornite durante la visita rappresentano quindi elementi che possono incidere sul processo decisionale.
Lo studio richiama l'attenzione sull'importanza di affrontare le aspettative relative agli antibiotici, un tema pertinente anche all'attività di informazione e counseling del farmacista, soprattutto per chiarire quando questi medicinali sono indicati e i rischi associati al loro utilizzo inappropriato. Gli autori precisano che i risultati si basano su comportamenti autodichiarati da un campione online non probabilistico di caregiver statunitensi e non possono essere automaticamente estesi alla popolazione generale.
Fonte
JAMA Network Open, 30 ottobre 2026. DOI: 10.1001/jamanetworkopen.2026.39564.
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