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Politica e Sanità

13 Gennaio 2015

Sofosbuvir, cresce protesta per ritardi delle Regioni su cure epatite C


Prima la denuncia dalle pagine della Repubblica di Ivan Gardini, presidente di EpaC, associazione che rappresenta i pazienti con epatite e malattie del fegato, poi l'interrogazione al ministero della Salute, portata avanti da Federico Gelli, parlamentare del Pd e membro della commissione Affari sociali: cresce il fronte della protesta in merito all'entrata nel prontuario farmaceutico del Sofosbuvir, perché, come riporta Gelli in una nota, «al momento sono partite con la somministrazione solo il Lazio e la Lombardia» mentre «ci sono alcune regioni che sono ancora indietro perché devono ancora individuare i centri epatologici che seguiranno i pazienti» e «questo rischia di generare tensione tra i malati e le famiglie». Per questo motivo, continua Gelli, «ho chiesto al Governo di intervenire con la massima urgenza per consentire l'avvio della somministrazione in tutte le regioni superando i ritardi fin qui registrati assicurando così la possibilità di cura ai pazienti con la precedenza a quelli più gravi». Un intervento quindi «per far luce sull'organizzazione delle regioni che devono essere in grado di somministrare il farmaco contro l'Epatite C». Nella Legge di Stabilità 2015, ricorda Gelli «è stato disposto lo stanziamento al Servizio Sanitario Nazionale di un miliardo di euro per l'acquisto, in due anni, di 50 mila dosi». D'altra parte se «ogni cittadino volesse acquistare il farmaco di tasca propria dovrebbe pagare 70 mila euro». La patologia in Italia «si stima, riguarda tra i 400 e i 500 mila pazienti di cui 80 mila in condizioni gravi con costi sanitari e sociali altissimi». Mentre le «diagnosi di tumore del fegato, ricordiamo, sono oltre 10mila ogni anno e per il 70% riconducibili al questa malattia». «L'arrivo di questo medicinale è una conquista» conclude Gelli ma va garantita «la somministrazione». In precedenza, la situazione era stata denunciata anche dal presidente EpaC, Gardini, che aveva dichiarato che oltre alle regioni che sono indietro per quanto riguarda le strutture che prenderanno in carico i pazienti, «c'è addirittura qualcuno che ne ha ridotto il numero. Se per fine gennaio non saranno partite tutte per bene ci arrabbieremo».

Francesca Giani

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