La farmacia del domani comincia dalla parola fiducia
In un mondo in cui la reperibilità dei prodotti è diventata facilissima, perché i cittadini dovrebbero ancora recarsi in farmacia? Per dare una risposta a questa domanda sono state condotte da Edra, con il supporto di Pfizer, due survey attraverso questionari on line, somministrati nel mese di aprile, a cui hanno riposto rispettivamente 839 cittadini e 609 farmacisti. Diventa sempre più rilevante in farmacia la componente di servizio e personalizzazione, tanto che un utente su cinque dichiara di entrarvi non per l'acquisto di farmaci ma per comprare altri prodotti, per ricevere consigli e usufruire di servizi. Quali di questi sono più apprezzati dai cittadini? Innanzitutto il supporto all'autogestione/automedicazione, quindi la rassicurazione e l'aiuto nella gestione della terapia e infine ricevere dal farmacista indicazioni diagnostiche e informazioni più generali sulla salute. «La figura del farmacista si delinea come un aiuto affidabile e una estensione del ruolo del medico, con la specificità di essere disponibile e accessibile», ha spiegato Gianfranco Siri, docente di psicologia della comunicazione e psicologia dei consumi all'Università Cattolica di Genova Iulm e S. Raffaele, durante il convegno #farmaciadeldomani: il farmacista counsellor e lo screening, che si è tenuto a FarmacistaPiù. «La capacità di consiglio, la comunicazione, il ruolo istituzionale ma anche la conoscenza personale sono i pilastri della fiducia del cittadino nel farmacista», ha aggiunto Siri. «L'informazione in farmacia inoltre ha il vantaggio di essere facile, comprensibile rispetto a quella del bugiardino e data con calma rispetto a quella del medico». E i farmacisti? Le criticità emerse dalla survey sono di tipo organizzativo e riguardano gli spazi richiesti e il tempo da dedicare ai nuovi servizi, le difficoltà gestionali (cosa è opportuno fare, come pianificarlo e dove trovare i supporti), la valutazione delle esigenze del proprio bacino d'utenza e la formazione del personale. «Quello che preoccupa di più i farmacisti», ha spiegato Siri, «è l'aspetto manageriale, lontano dalla propria esperienza: ci si rende conto che occorrerà un aggiornamento tecnico-clinico e un accrescimento delle informazioni di comunicazione e informatica. L'evoluzione richiesta non riguarda solo aree pratiche, burocratiche, legali ma un cambiamento culturale nel dover pensare per funzioni e categorie di prodotti, uscendo dallo schema dicotomico farmaco+altre cose». Poco meno del 10 per cento del campione però si dichiara resistente al cambiamento. «Non si può far tutto da soli», ha concluso il relatore, «occorre coordinamento della categoria, affidare a competenze esterne alcuni aspetti nuovi della professione, comprendere bene i trend, i target, lo scenario emergente e la gente che entra in farmacia».
Laura Benfenati
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