Farmacista pronto a gestire nuove tossicità e interazioni in paziente oncologico
In una farmacia che diventa sempre più un luogo di counselling e presidio di prima istanza sul territorio, il farmacista deve essere formato a gestire anche il paziente oncologico che durante la chemioterapia, tradizionale o con farmaci biologici, va incontro a reazioni di tossicità e rischia interazioni con farmaci da banco. Questo il razionale con cui il Dipartimento di Medicina clinica e sperimentale dell'Università di Parma ha organizzato un evento formativo dedicato al farmacista territoriale che come spiegano Pier Giorgio Petronini e Roberta Alfieri docenti del dipartimento, «nasce da una richiesta di aggiornamento da parte della categoria, soprattutto rivolta chi si è laureato almeno 5-10 anni fa quando alcune molecole non erano ancora di uso clinico». L'oncologia, spiega a Farmacista33 Petronini è «andata incontro a una rapida innovazione con l'arrivo di nuovi farmaci biologici che rispetto alla chemioterapia presentano uno spettro di tossicità ben diverso. Infatti, se con i chemioterapici tradizionali si presentavano prevalentemente vomito e effetti a carico del midollo osseo con anemia, calo dei globuli bianchi e delle piastrine dovuti, i farmaci biologici causano soprattutto rash cutanei e diarrea. Disturbi, questi ultimi, per i quali comunemente ci si rivolge in prima istanza al farmacista per avere un consiglio o per una soluzione con farmaci da banco. In questo scenario il farmacista gioca un ruolo molto importante in primo luogo di intercettazione e riconoscimento della tossicità dovuta alla terapia oncologica e poi di selezione del farmaco più adatto che non presenti interferenze con la terapia in corso. Interazioni che potrebbero ridurre o amplificare la concentrazione del farmaco biologico e quindi modificarne gli affetti antitumorali». E aggiunge: «Si tratta di un nuovo ruolo del farmacista territoriale ampiamente riconosciuto in Europa ma che in Italia stenta a decollare perché il mondo accademico non si è ancora adeguato e questo rappresenta un limite per le potenzialità di questa figura che sempre più diventa la prima figura sanitaria con cui si interfaccia il paziente». Il paziente oncologico, sottolinea Alfieri «ha la possibilità di trovare nella farmacia di comunità un riferimento verso il quale c'è maggiore confidenza e meno soggezione rispetto allo specialista e a cui chiedere un chiarimento sulla terapia in corso e sugli effetti collaterali. Per questo è importante che, in qualità di operatore sanitario, sia pronto e formato a dare risposte efficaci che rassicurino il paziente offrendogli soluzioni farmacologiche sicure».
Simona Zazzetta
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