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Politica e Sanità

26 Maggio 2015

Fallimenti e concordati, a Roma colpite quattro farmacie in un mese


Nell'ultimo mese, solo nella capitale, sono quattro le farmacie per le quali è stata avviata istanza di fallimento o di concordato. E a essere traballante sono il 35% dei presidi di Roma e provincia. «Una situazione preoccupante» è la denuncia di Vittorio Contarina, neo presidente di Federfarma Roma. «Ogni giorno vediamo amici e colleghi in difficoltà e troppi sono i casi di coloro che non ce la fanno. In centro come in periferia, farmacie piccole come quelle grandi, la crisi c'è per tutti. Succede ormai sempre più spesso: diversi titolari si vedono costretti a rinunciare a sostituire il dipendente che va in pensione o addirittura si trovano a dover licenziare, e portano avanti da soli la farmacia». A Roma più che in altre città? «Certamente a Roma, soprattutto in centro, gli affitti sono elevatissimi, si arriva anche a 7-8mila euro al mese. È chiaro che costi fissi così elevati sono difficili da sostenere in un contesto in cui il prezzo medio della ricetta continua a calare. Ma la situazione di crisi è diffusa un po' in tutto il paese». Quel che è peggio è che è destinata a peggiorare: «nella nostra provincia - come altrove - sono molte le farmacie che hanno una situazione debitoria a rischio. Allo stato attuale il 35% è in seria difficoltà e non vedo prospettive di miglioramento davanti». Da qui una riflessione: «Quello che serve è stabilità, economica e normativa, per almeno cinque anni, per tornare a investire. Non ha senso continuare, come si sta facendo, a mettere in discussione il sistema. Chiediamo solo di poter svolgere appieno e in serenità la nostra professione». Il riferimento è alla fascia C: «Come si fa a lavorare con questa spada di Damocle? Se un giorno la scampi, il giorno dopo torna ancora fuori. Siamo un servizio pubblico e credo sia da irresponsabili continuare a colpire, pezzo per pezzo, il sistema, anche perché, lo ripeto, i tempi sono cambiati, adesso non ce la facciamo più a reggere questi continui assalti». E poi conclude: «Ci chiamano casta e, vedendo questi colleghi in difficoltà, non lo posso più accettare: siamo come tutti gli altri. Se sbagliamo, paghiamo, come gli altri».

Francesca Giani

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