Politica e Sanità
15 Luglio 2015«I dati emersi dall'ultimo rapporto sulle imprese di biotecnologie in Italia elaborati dal Centro studi Assobiotec fotografano uno scenario molto ricco e in continuo movimento». È questo l'elemento essenziale che, secondo il direttore Leonardo Vingiani, si può evincere dai numerosi dati presenti nel documento emesso dall'Associazione nazionale per lo sviluppo delle biotecnologie, che fa parte di Federchimica. L'analisi si è focalizzata soprattutto sulle pure biotech, imprese il cui core business rientra prevalentemente nell'utilizzo delle moderne tecniche biotecnologiche. «Si tratta» spiega Vingiani «delle tante start-up e Pmi che mostrano la capacità di sviluppare i risultati della ricerca di base per portare sul mercato tecnologie e prodotti innovativi, generando imprese che crescono, valore per gli azionisti e occupazione qualificata». Prodotto un paio di mesi fa e diffuso ora da Assobiotec, il report attesta la presenza di 384 imprese con un fatturato globale che superava i sette miliardi di euro a fine 2014; il biotech italiano si caratterizza dunque per un trend di crescita importante che conferma la natura anticiclica del settore. A trainare l'intero comparto è il segmento delle biotecnologie della salute (red biotech) in cui operano 277 imprese (il 72% del campione). Sono invece rispettivamente 95 e 76 le imprese attive nel segmento delle biotecnologie agroalimentari (green biotech) e in quello delle biotecnologie industriali (white biotech). Un elemento distintivo del settore sono gli ingenti investimenti in ricerca e sviluppo che, come ricorda il direttore dell'Associazione, «ammontano a più di 1,5 miliardi (+4,5%), mentre il numero degli addetti in R&S è prossimo alle 7.300 unità. Con una incidenza media degli investimenti in R&S sul fatturato del 19% - che sale al 31% per le pure biotech italiane - l'industria biotech è uno dei comparti a più elevata intensità di innovazione. Il biotech italiano rappresenta oggi uno tra i pochi settori in grado di attirare investimenti stranieri, di fare innovazione, di creare occupazione qualificata e di contribuire alla bilancia dei pagamenti».
Renato Torlaschi
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