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Politica e Sanità

27 Settembre 2016

Screening tumori. Federici (Ministero): solo in alcune Regioni. Contarina: servizio da remunerare


È a macchia di leopardo la situazione italiana per ciò che riguarda il contributo dei farmacisti territoriali alle campagne di prevenzione dei tumori, e non solo. Ne è un esempio il caso dello screening dei tumori del colon retto. In alcune regioni come la Lombardia il professionista del farmaco svolge un ruolo da intermediario fondamentale: è infatti il farmacista che consegna il kit per l'esecuzione del test (che prevede la raccolta delle feci) al paziente che si presenta in farmacia munito di una lettera di invito personale che viene spedita a casa dalla Asl di competenza, ed è sempre il farmacista che recupera il campione appuntando tutti i dati del paziente su un apposito software gestionale e li conserva in frigorifero fino all'ora del ritiro da parte degli organismi di competenza che eseguiranno le analisi. Ciò non avviene in altre Regioni come nel Lazio, con conseguente disparità dei servizi offerti al cittadino e inevitabili ripercussioni sulla salute pubblica.

«Ci sono molti tentativi da parte del Ministero della Salute di coinvolgere i farmacisti territoriali nelle iniziative mirate alla promozione della prevenzione e ci sono Regioni in cui funziona di più e Regioni in cui funziona di meno. È eclatante il caso dello screening del cancro del colon retto: a Milano sin dall'inizio si è fatto tramite le farmacie, a Roma la cosa stenta veramente a partire. Al Ministero abbiamo varato negli anni scorsi un'iniziativa di valorizzazione del ruolo del farmacista ma poi gli accordi operativi vengono definiti a livello regionale e quindi la responsabilità in parte è delle singole Regioni e in parte dipende dalla sensibilità delle associazioni dei farmacisti, a seconda del territorio in cui si trovano». Questo quanto riferito a Farmacista33 da Antonio Federici, dirigente medico della Direzione generale prevenzione sanitaria del ministero della Salute, a margine di una conferenza sulla prevenzione dei tumori a Roma. A commentare le affermazioni della Direzione della prevenzione del ministero della Salute sono proprio i vertici delle associazioni farmacisti delle città e Regioni chiamate in causa, e in particolare Roma, le quali hanno sottolineato che, laddove venga chiesto ai professionisti del farmaco di erogare servizi, è basilare che il lavoro extra svolto preveda una remunerazione.

«Non possiamo lavorare gratis, è ovvio che il nostro lavoro vada remunerato, specialmente se si tratta di maneggiare campioni biologici - commenta il presidente di Federfarma Roma Vittorio Contarina - la farmacia dei servizi non vuol dire che il farmacista debba fare tutto quello che gli si chiede senza avere un compenso, quindi nel momento in cui si troverà un accordo - sempre nell'ottica del risparmio sia per i pazienti che per la Regione - saremo più che lieti di elargire i servizi concordati. Non credo che a nessun professionista piaccia lavorare gratis e questo vale anche per noi». E proprio nell'ottica di sviluppare i servizi in farmacia, si è tenuto da poco a Roma il primo incontro in cui Federfarma locale ha discusso un nuovo progetto di presa in carico dei pazienti diabetici: «Attualmente solo un paziente su 2 dei malati cronici segue la terapia, e noi vorremmo che il farmacista diventasse parte integrante del circuito che segue il paziente ai fini di promuovere l'aderenza alla terapia e l'appropriatezza prescrittiva - spiega Contarina - tutti i dati che i diversi professionisti - dal medico di base allo specialista fino al farmacista - possono collezionare, verrebbero caricati su un software tramite la tessera sanitaria e questo permetterebbe a noi di ricorderemo al paziente il momento esatto in cui va preso il farmaco e monitorarlo. Questa presa in carico prevede una remunerazione. La farmacia fornisce un servizio al cittadino ma siamo pur sempre un'azienda che dal punto di vista economico-finanziario deve rimanere in attivo».


Attilia Burke

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