Politica e Sanità
12 Luglio 2017Sembra non esserci più spazio in Italia per costruire una copertura nazionale contro la non autosufficienza con protocolli omogenei da Nord a Sud, sul modello di quanto fatto in Germania 22 anni fa. L'impressione si ricava parlando con alcuni dei relatori agli stati generali della long term care organizzata a Roma da Italia Longeva, network di ricerca sull'invecchiamento formato da operatori dell'assistenza, istituzioni, Irccs, e voluto dal Ministero della Salute. In un lustro, la rete guidata da Roberto Bernabei ha cercato di tracciare una suddivisione dei pazienti da assistere a casa secondo le loro necessità, di focalizzare il gruppo che ha bisogno di tecnoassistenza o di frequenti ricoveri, di capire come si generano e si espandono i costi. Ma oggi il tentativo di arrivare a modelli d'intervento condivisi deve prendere atto dell'estrema frammentarietà delle esperienze italiane, a fronte di un'emergenza incalzante. Nel 2050 un italiano su tre avrà da 65 anni in su, e già oggi che gli over 65 sono uno su quattro, sfiorando i 15 milioni, solo il 2,7% è assistito a casa per sue eventuali cronicità contro una media del 20% realizzata in Nordeuropa: 370 mila "fortunati" contro 3 milioni che avrebbero bisogno di ore di servizi sociosanitari e sanitari a domicilio. Le sessioni fanno luce sulle sperimentazioni di tecnoassistenza e sui modelli integrati di Lombardia, con erogatori prevalentemente privati, e di Emilia Romagna, Alto Adige e Basilicata con erogatori pubblici.
I servizi all'anziano si differenziano sia per quantità di ore erogate, sia per qualità, sia per composizione (appunto, pubblico-privato). L'indagine di Italia Longeva su 11 Asl di 10 regioni (10,5 milioni di italiani) rileva poi due fenomeni: l'efficienza dell'assistenza in ore cresce al crescere dell'interazione tra servizi sanitari delle Asl e sociali dei comuni; le ore di assistenza prestate, oltre un certo limite (cioè quando i servizi tendono ad andare a regime) crescono più dei costi generando economie di scala. Bisogna premere sull'acceleratore: infatti, superato un certo numero di ore "ottimali", come spiega Bernabei agli Stati generali, «gli anziani iniziano a stare meglio, e l'assistenza domiciliare si conferma un ottimo investimento collettivo».
Difficile però un modello nazionale. «Le nostre esperienze sono tuttora così frammentate, che il massimo ottenibile sarebbe già arrivare a venti disegni assistenziali diversi, uno per regione» commenta Ovidio Brignoli vicepresidente della Società Italiana di Medicina Generale. «Certo ci vorrà un ulteriore momento di sintesi rispetto alle esperienze portate in questi giorni, e c'è margine per pensare a modelli più vicini tra loro scommettendo su medico di famiglia e infermiere. Dal punto di vista clinico è indispensabile dare un ruolo guida al Mmg per avvicinare la regia delle cure ai bisogni del paziente, e si deve puntare sull'infermiere dal punto di vista assistenziale. Farmacisti, psicologi, specialisti ed altri devono essere "consultant". Ma bisogna iniziare a fare rete e il tempo stringe, le Regioni devono fare in modo che le aziende sanitarie formino personale, condividano strumenti, disegnino obiettivi misurabili. Oggi la misurabilità esiste non in termini di esiti ma di processi; abbiamo il polso di quanti esami sono stati eseguiti rispetto al protocollo, non sappiamo se e quanta qualità di vita in più è stata data». Una buona letteratura viene dalla Germania, paese che provvide 22 anni fa conl'11ma Legge Sociale firmata da Helmut Kohl a introdurre l'assicurazione contro la non autosufficienza di tutti i residenti finanziata con contributi parametrati al reddito del lavoratore a partire dall'1,7%: i cittadini tedeschi ora possono fruire di ore al giorno di assistenza suddivise in quattro livelli. Certo, i costi degli interventi sono cresciuti e nel 2012 è stata introdotta una copertura facoltativa ulteriore. Troppo avanti... «L'Italia appare in ritardo -riflette Brignoli - quello che lo stato può fare è dettare la cornice entro cui pianificare, presidiare i livelli essenziali di assistenza, indicare il piano per le cronicità, quello vaccinale, e poi devolvere alle Regioni la scommessa sulle migliori esperienze, come sembra si farà in Lombardia e forse con le belle esperienze lucana e veneta».
Mauro Miserendino
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