Politica e Sanità
18 Luglio 2017Secondo uno studio pubblicato sul Canadian Medical Association Journal, i dolcificanti non nutritivi come aspartame, sucralosio e stevioside - quest'ultimo derivato dalla Stevia rebaudiana, una piantina perenne appartenente alla famiglia delle Asteraceae - non solo non servono a perdere peso, ma si associano a un maggior rischio di obesità, diabete, ipertensione e cardiopatie. Lo studio è frutto della collaborazione tra i ricercatori del George & Fay Yee Center per l'Innovazione Sanitaria all'Università di Manitoba, e del Children's Hospital Research Institute di Winnipeg. «Anche se mancano prove definitive, questi dati indicano che gli edulcoranti non nutritivi potrebbero avere effetti negativi sul metabolismo, sui batteri dell'intestino e sull'appetito» afferma il primo autore Ryan Zarychanski, dell'Università di Manitoba, che assieme ai coautori ha svolto una revisione sistematica della letteratura sull'argomento identificando 37 studi cui hanno preso parte oltre 400.000 persone sottoposte a un follow up di circa 10 anni. Ma solo 7 di essi, per un totale di 1.003 soggetti seguiti in media per sei mesi, hanno seguito un protocollo randomizzato e controllato, ossia il gold standard nella ricerca clinica. «Nonostante milioni di individui consumino dolcificanti, relativamente pochi pazienti sono stati inclusi nelle sperimentazioni cliniche controllate condotte su tali prodotti» afferma Zarychanski, sottolineando che prima di mettere sotto accusa l'aspartame e gli altri edulcoranti servono conferme definitive. «Dalla nostra revisione, tuttavia, non solo non emergono effetti significativi sulla perdita di peso, ma gli studi osservazionali a lungo termine mostrano un'associazione tra uso di dolcificanti e aumentato rischio di sovrappeso, ipertensione, diabete, malattie cardiache e altri disturbi» scrivono i ricercatori. «Dato l'uso crescente di questi prodotti e l'attuale epidemia di obesità e malattie correlate, sono necessarie ulteriori ricerche per verificarne con ragionevole sicurezza rischi e benefici a lungo termine» concludono gli autori.
Cmaj 2017. doi: 10.1503/cmaj.161390
https://dx.doi.org/10.1503/cmaj.161390
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