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Politica e Sanità

17 Aprile 2018

Farmaci oppiacei, farmacologi: sicuri ed efficaci nel dolore oncologico, non vanno demonizzati


Raramente l'uso di oppiacei interferisce in modo negativo con la gestione dei pazienti oncologici e i dati allarmanti che arrivano dagli Stati Uniti sono legati ad abuso e overdose di farmaci oppiacei prescritti per il controllo del dolore cronico non oncologico. Poiché essi rappresentano il cardine della terapia analgesica è necessario adottare una linea comune e prevenire l'insorgenza di questo temibile fenomeno senza tuttavia "demonizzarli". A sottolinearlo è la Società Italiana di Farmacologia (Sif) che ha trattato i temi dell'abuso, del misuso e della diversione in un nuovo Position Paper intitolato «Trattamento del dolore cronico in Italia. Appropriatezza terapeutica con oppiacei e timore di addiction: situazione italiana vs USA», dove con il termine «misuso» si intende qualsiasi uso del farmaco al di fuori della prescrizione medica, mentre con «diversione» si intende l'approvvigionamento non approvato di un farmaco tramite scambio, condivisione/cessione o vendita illecita.

Negli Stati Uniti, precisa la Sif, il fenomeno è presente in quasi tutte le fasce d'età e il tasso di mortalità più alto, in entrambi i sessi, si registra tra i 45 e i 54 anni. Attualmente più del 3% della popolazione adulta negli Stati Uniti riceve una terapia cronica con questi farmaci. Per comprendere il fenomeno americano va chiarito però che ruolo abbia l'utilizzo non-medico di questi farmaci. L'uso degli oppiacei nella gestione del dolore associato alla malattia neoplastica avanzata è ampiamente condiviso e accettato a livello internazionale. Da un punto di vista clinico, raramente l'uso degli oppiacei interferisce in modo negativo con la gestione dei pazienti oncologici nel loro complesso. Mentre l'uso degli oppioidi nel dolore cronico non oncologico è ancora oggi oggetto di discussione.

Soltanto inquadrando il ricorso all'utilizzo non medico degli oppiacei è possibile rendere compiutamente conto di quanto la dipendenza e le morti da overdose riguardino il paziente con dolore cronico appropriatamente diagnosticato, e non piuttosto una fascia di soggetti che hanno sfruttato la facile prescrizione e dispensazione di oppiacei, a scopo ricreazionale. A tale proposito - specificano i coordinatori del documento Patrizia Romualdi (Università di Bologna), Alessandro Mugelli (Università di Firenze) e Guido Mannaioni (Università di Firenze) - è opportuno ricordare che nel 2014 più di 10 milioni di americani hanno dichiarato di avere fatto uso illecito di oppiacei da prescrizione. Inoltre, è interessante sottolineare che se il numero di soggetti che annualmente passano dall'assunzione di oppiacei da prescrizione all'eroina sia basso, l'80% di 125.000 consumatori abituali di eroina ha dichiarato di avere iniziato con l'uso di oppiacei da prescrizione. È quindi probabile che l'epidemia di morti da overdose e i fenomeni di dipendenza e abuso siano principalmente correlati all'uso non-medico degli oppiacei, mentre il reale rischio nel paziente con dolore cronico rimane chiaramente da definire e i dati preclinici non lo supportano. Benché l'utilizzo di analgesici oppiacei in Italia sia di gran lunga inferiore al Nord Europa e agli USA, grande attenzione deve essere posta nell'evitare il rischio di abuso, pur garantendo a tutti i pazienti con dolore il diritto all'accesso alle cure come previsto dalla legge 38/2010.

La pubblicazione del Position Paper «Trattamento del dolore cronico in Italia. Appropriatezza terapeutica con oppiacei e timore di addiction: situazione italiana vs USA» è una iniziativa volta ad affrontare il problema e si spera che possa prevedere nel prossimo futuro il coinvolgimento di altre importanti Società Scientifiche nazionali e internazionali per adottare una linea comune e prevenire l'insorgenza di questo temibile fenomeno senza tuttavia "demonizzare" i farmaci oppiacei che a tutt'oggi rappresentano il cardine della terapia analgesica. (SZ)

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