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Politica e Sanità

16 Giugno 2018

Gli studi di settore non registrano crisi e fallimenti delle farmacie. Mise punta ad abolirli


Secondo i dati degli studi di settore, della Dichiarazione dei redditi 2016, pubblicati sul sito dell'Agenzia delle entrate i farmacisti sarebbero la categoria più ricca dopo i notai: il reddito medio della farmacia risulta pari 121.300 euro ma «questi dati andrebbero letti diversamente perché, quello che deve emerge è solo che i farmacisti dichiarano tutto e sono grandi contribuenti». Ad affermarlo è Ivan Tortorici, farmacista titolare della Farmacia Tortorici e amministratore del gruppo Facebook Pillole di Informazione. «Ancora una volta ci hanno dipinto come dei "Paperoni", ma questo quadro non corrisponde alla realtà» afferma. E ricorda che le farmacie italiane non sono tutte uguali in termini di giro d'affari e che questo dipende da diversi fattori: «Prima di tutto è vero che ci sono farmacie ad alto fatturato, ma è ben diverso parlare di fatturato della farmacia e di reddito del farmacista». E insiste sulle differenze non registrate dagli studi di settore: «La farmacia nella grande città che dispensa farmaco, ma riesce a vendere anche altri prodotti, ha margini ben differenti da coloro che gestiscono solo ricette. In quest'ultimo caso quello che rimane in tasca è molto poco. Fermo restando che il farmacista svolge in entrambi i casi, un servizio essenziale e forse ancor di più se si tratta di località a bassa popolazione».

A questo si aggiunge che dalle statistiche non emergono le molte farmacie a rischio fallimento, quelle farmacie in difficoltà di cui spesso non se ne sa molto se non quando dichiarano il default: «È un problema poco conosciuto e poco percepito dal cittadino perché, di fatto, la farmacia è un esercizio che non smette mai di funzionare anche quando un collega fallisce». Questo perché, spiega ancora, «la concessione pubblica non può chiudere i battenti, essendo di pubblica utilità e quindi passa di mano in mano, quindi il cittadino non percepisce la criticità della situazione».

Ed è questo il caso di molte rurali, come spiega Ferdinando Peschiulli, Presidente delle farmacie rurali della provincia di Bergamo: «Le farmacie rurali sono in sofferenza per diversi motivi. Per esempio in alcune Regioni si ha tanta distribuzione diretta, poi molte hanno una dislocazione montana o comunque sono in zone a bassa densità abitativa. È noto tra noi farmacisti che sono tante le rurali che non arrivano a 150mila euro di fatturato. Più difficile è che sia compreso anche al di fuori della categoria». E aggiunge: «Vedo i miei colleghi delle Valli bergamasche che devono fare i conti non solo con pochi guadagni ma anche con la gestione del tempo. Sono rimasti l'unico baluardo del Ssn, quando anche il medico di medicina generale è altrove, hanno frequenti turni notturni e orari di apertura estesi. E non possono permettersi un collaboratore».
Intanto il Ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro, Luigi Di Maio, intervenendo recentemente all'Assemblea di Confcommercio e riprendendo l'argomento nei giorni successivi ha dichiarato che gli studi di settore e altri strumenti anti-evasione adottati finora, come il redditometro e lo spesometro, «hanno reso schiavo chi le tasse le ha sempre pagate» e quindi saranno aboliti.


Chiara Romeo

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