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Politica e Sanità

30 Ottobre 2018

Quota 100 tra penalizzazioni e vincoli. E incertezze su compatibilità con cumulo


Il Governo è al lavoro sulla bozza del pacchetto pensioni e, se non sembra essere in discussione la presenza della misura "Quota 100", c'è il dubbio che a furia di ritocchi e paletti, che la rendono più penalizzante o comunque meno appetibile, venga a ridursi non poco la platea di chi la sta valutando. Tra i vari vincoli, per esempio, c'è il divieto di cumulo tra pensione e redditi da lavoro, dipendente o autonomo, per 24 mesi dalla data del pensionamento, se non sotto la soglia lorda annua dei 5mila euro del lavoro occasionale. Mentre è ancora incerto che cosa succederà rispetto alla possibilità di applicare il cumulo gratuito, oggi previsto, dei periodi contributivi maturati in diverse casse previdenziali, per il raggiungimento dei 38 anni di contributi previsti dalla norma.

Per Quota 100, lo ricordiamo, si intende la somma tra età, dai 62 anni in su, e anni di contributi maturati, che devono essere minimo 38. La misura è inserita in un pacchetto più ampio, che contiene vari provvedimenti, tra cui, anche, la pensione di cittadinanza, e rientra nella Legge di Bilancio o, comunque, in un decreto legge collegato. Stando alle ultime informazioni diffuse sulla stampa, la partenza è fissata dalla primavera dell'anno prossimo e sono previste quattro finestre fisse. Tra le ultime modifiche, si legge sull'Ansa «per i lavoratori privati il diritto alla decorrenza del trattamento pensionistico è conseguito trascorsi tre mesi dalla data di maturazione dei requisiti». Così «chi matura i requisiti entro dicembre 2018 uscirà il 1° aprile 2019 mentre chi li matura a partire dall'anno prossimo avrà la pensione tre mesi dopo». Mentre c'è «la previsione per i lavoratori pubblici che maturano, entro quest'anno, il diritto ad andare in pensione con quota 100 di avere l'assegno a partire dal 1° luglio 2019» e successivamente dopo sei mesi.

Si lavora anche a un'altra misura, la cosiddetta pace contributiva: «i lavoratori» si legge «che sono interamente nel sistema contributivo (senza contributi prima del 1995) avranno la possibilità di riscattare in tutto o in parte i periodi non coperti da contributi. L'onere è a completo carico degli aventi diritto (che lo deducono) ma può essere sostenuto anche da un parente o affine entro il secondo grado (che lo detrae)». A ogni modo, stando a quanto emerge, tra i ragionamenti che si stanno facendo c'è quello di far partire la misura nel primo anno con più vincoli, con l'dea di utilizzare meno risorse di quante effettivamente stanziate, in modo da poterle destinare, sempre alle pensioni, negli anni successivi ed allargare la platea degli interessati e degli interventi.

Ma a essere stato messo in rilievo da analisti e opinion leader è anche un altro aspetto: chi ha più probabilità di poter raggiungere il requisito base dei 38 anni di contributi è, in particolare, chi ha avuto una maggiore stabilità occupazionale e contrattuale nel corso degli anni. Tra le categorie più indicate ci sono quindi dipendenti pubblici e lavoratori di quei settori che meno hanno risentito della crisi economica. Chi, al contrario, ha contato molti lavori intermittenti, contratti atipici e precari, è meno avvantaggiato. Un tema, questo, a cui sono in molti a chiedere di prestare attenzione, dal momento che, nel giro di qualche anno, la generazione di chi annovera buona parte della propria vita lavorativa nel dopo-'95 (data che segna il passaggio al contributivo e l'avvio del fenomeno del precariato, con intermittenza nel rapporto del lavoro, ma anche stipendi più bassi) arriverà a reclamare una pensione. Possibilmente dignitosa.

Francesca Giani

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