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Politica e Sanità

07 Novembre 2018

Pensione integrativa, i dubbi dei farmacisti non titolari


Se la previdenza complementare risulta, dal punto di vista degli iscritti, in crescita, rimane uno strumento ancora poco praticato. Una situazione che si vede anche all'interno della categoria: dagli ultimi dati riportati dal Fondo Fon.te, per i dipendenti di aziende del terziario, commercio, turismo e servizi, a cui afferiscono anche i non titolari di farmacia, risultano iscritti, su un totale di 215.870, 44 aderenti rientranti nella categoria "Dipendenti di farmacie private" e 72 "Federfarma", contro per esempio 165.106 Dipendenti da aziende del terziario della distribuzione e dei servizi, 25.362 Dipendenti da aziende del settore turismo, 4.277 della Vigilanza privata. Una situazione ancora in evoluzione ma da sfondo ci sono le preoccupazioni per la sostenibilità della futura pensione: «Il rallentamento della crescita economica, l'introduzione di contratti atipici e precari, la crisi occupazionale, che ha portato a un'intermittenza nei rapporti di lavoro, e nel nostro caso, un contratto collettivo che non viene rinnovato» è la riflessione di Francesco Imperadrice, presidente del Sindacato nazionale dei farmacisti non titolari, Sinasfa, «sono tutte situazioni che impattano sul futuro previdenziale, soprattutto in un contesto che ha visto il passaggio al metodo di calcolo contributivo, con una contrazione non indifferente dell'assegno pensionistico».

Così, «se prima dell'attuale sistema si poteva pensare di maturare una pensione pari a circa il 70% dell'ultima retribuzione, con il sistema contributivo la situazione è cambiata molto e, con ogni probabilità, la pensione che potrà essere percepita in media sarà di poco superiore al 52% dell'ultimo stipendio». Proprio per questo, allora, «fin dall'inizio dell'attività lavorativa diventa opportuno interessarsi alla propria situazione pensionistica e cercare di capire se quello che si percepirà potrà permettere di garantire un tenore di vita adeguato». Ecco allora che vale la pena ricordare una possibilità «prevista nel nostro contratto: l'articolo 85 del nostro Ccnl, che consente l'attivazione della previdenza complementare con l'iscrizione al Fondo di categoria (Fondo Fon.te)». Una adesione che «permette di creare una pensione integrativa che, in aggiunta a quella INPS, potrebbe permettere il raggiungimento del 70/80% dell'ultima retribuzione».

Come funziona la previdenza integrativa? «Ci sono tre categorie di fondi pensione: i fondi aperti ai quali possono aderire tutti, indipendentemente dal lavoro; i PIP, piani individuali pensionistici, gestiti mediante contratti di assicurazione sulla vita, ad adesione individuale e acquistabili da chiunque; e i fondi negoziali o contrattuali, istituiti dai contratti di lavoro, ai quali possono aderire i lavoratori dipendenti di quella specifica categoria ed, eventualmente, i loro familiari. Tra questi c'è appunto il fondo Fon.te, per i non titolari». Per quanto riguarda «il nostro contratto collettivo, quindi, è prevista una contribuzione stabilita nella misura fissa pari al 1,05 % a carico del datore di lavoro - dove la retribuzione da assumere come riferimento per il calcolo è quella utilizzata per il TFR - ed allo 0,55 % a carico del lavoratore. Una cifra quest'ultima che si può anche decidere di incrementare. Va detto che la parte versata dal datore di lavoro è aggiuntiva rispetto allo stipendio base ed è possibile solo con un fondo negoziale. Ogni categoria di contratto di lavoro prevede una percentuale diversa, che può essere anche del 2%. Per questo, abbiamo più volte avanzato la richiesta, pur non essendo al tavolo negoziale di rinnovo del contratto collettivo, di alzare questo contributo del datore di lavoro al 2%».

In ogni caso, aggiunge, «aderendo alla previdenza complementare si beneficia di una tassazione favorevole per tutte le fasi: contribuzione, accumulo e prestazioni. Il totale dei contributi versati al Fondo è deducibile alla fonte dal reddito complessivo dell'aderente per un importo annuo non superiore a 5.164,57 euro. Nel calcolo del limite, non si devono considerare le quote di Tfr conferite al Fondo. In pratica avendo un reddito di 25.164 euro l'anno e versando 5.164,57 euro al fondo, si pagheranno le tasse solo su 20.000 euro». Si tratta di una possibilità, conclude, «che non tutti conoscono e per questo come sindacato abbiamo organizzato alcuni incontri sul territorio, predisposto un vademecum disponibile al nostro sito e messo a disposizione per i nostri iscritti un consulente sindacale dedicato, per informazioni e supporto».

Francesca Giani

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