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Farmaci e dintorni

06 Dicembre 2013

Endocrinologi scettici sui vantaggi di levotiroxina generica


Oltre alle possibili ricadute sulla salute dei pazienti, l''arrivo della versione generica della levotiroxina, rischia di far spendere al Servizio sanitario nazionale di più di quanto risparmierebbe. Lo hanno sottolineato gli esperti delle associazioni mediche del settore che, in occasione del congresso dell''Associazione italiana della tiroide (Ait), hanno presentato un documento congiunto sul tema. Lo scorso novembre l''Aifa, nell''inserire la levotiroxina generica nella lista di trasparenza, ha previsto un test ormonale aggiuntivo in caso di passaggio al nuovo farmaco, raccomandando inoltre particolare attenzione per alcune categorie a rischio. «Premesso che questo non è un processo ai generici, che anzi sono una grande occasione di risparmio, nel caso della tiroide bisogna fare molta attenzione» ha spiegato Roberto Castello, presidente dell''Associazione italiana medici endocrinologi «l''equivalente è considerato tale se ha una biodisponibilità maggiore o minore del 10% rispetto all''originale, una differenza che nel caso delle malattie della tiroide, dove è fondamentale la precisione dei livelli ormonali che si ottengono, si traduce in variazioni dell''efficacia. In più abbiamo stimato che il generico farebbe risparmiare circa 30 milioni di euro l''anno, ma per i test aggiuntivi servirà una cifra tra i 20 e i 40 milioni in più». La preoccupazione, ha sottolineato Paolo Beck-Peccoz, presidente Ait, è comune alle società scientifiche di tutto il mondo. «Da noi per effetto della legge il medico è obbligato a prescrivere il generico, a meno che non scriva nella ricetta che il farmaco non è sostituibile» spiega l''esperto «ed è quello che anche noi raccomandiamo, almeno finché non ci saranno studi che dimostrano l''effettiva intercambiabilità».
Risponde, a stretto giro, Enrique Häusermann, presidente di AssoGenerici: «L’equivalenza, se il farmaco è stato autorizzato, è già provata in base ai criteri universalmente accettati da tutte le agenzie regolatorie del mondo; se invece si tratta di differenze in ambito clinico, cioè nell’impiego su un vasto numero di pazienti, sarebbe il caso di provarle dati alla mano. In questo senso” prosegue Häusermann “ben venga il recepimento delle direttive europee sulla farmacovigilanza, che prevedono anche le segnalazioni dell’inefficacia di un farmaco da parte di tutti i soggetti: siamo certi che sulla base di dati documentati gli equivalenti non abbiano nulla da temere».

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