Farmaci e dintorni
15 Aprile 2014Uno studio pubblicato nel Journal of the Pediatric Infectious Diseases Society suggerisce che, dal 1999 al 2011, l’incremento della prevalenza delle infezioni enterobatteriche rilevate tra i bambini più piccoli, possa essere riferita anche all’isolamento di enzimi del tipo Esbl-Ctx-M, che aumenta la resistenza agli antibiotici. I risultati dello studio condotto da Latania K. Logan della Rush University di Chicago, hanno evidenziato un incremento di resistenza tra i pazienti dei reparti pediatrici e in aree geografiche e fasce di età a rischio. Tale resistenza è stata dimostrata in particolare verso la terza generazione di cefalosporine (G3cr) e i trattamenti con betalattamici ad ampio spettro (Esbl) che passano rispettivamente da 1,39% nel periodo 1999-2001 a 3% nel periodo 2010-2011 e da 0,28% a 0,92% nelle stesso periodo. Condotto su 368.398 isolati di E. coli, Klebsiella pneumoniae e Proteus mirabilis provenienti da circa 300 cliniche statunitensi e su bambini di età compresa tra 1 e 17 anni, lo studio ha messo in luce che circa il 28% degli isolati proveniva dai bambini più piccoli di età compresa tra 1 e 5 anni. Di questi, tra il 47,1% e il 50,5% degli isolati erano G3cr e Esbl-produttori e nella maggior parte dei casi si trattava di E. coli presenti principalmente nelle urine in particolare di pazienti femmine trattate in ambulatorio. «L’alta prevalenza riconosciuta al di fuori dei reparti ospedalieri» spiegano Logan e colleghi «suggeriva che gli isolati Esbl potevano essere riferiti al tipo Ctx-M, che porta a infezioni multi-resistenti in persone con una non significativa storia di trattamenti medici». Inoltre, secondo uno studio caso-controllo correlato e condotto sempre dalla Logan su 30 bambini da 0-17 anni per rilevare i fattori di rischio anche nei bambini di meno di 1 anno, i bambini con infezioni Esbl non hanno evidenziato esiti peggiori rispetto ai gruppi controllo, poiché mortalità e lunghe degenze ospedaliere dopo l’infezione non creano differenze significative tra i due gruppi. «Un limite dello studio è la sua ampiezza limitata e servono ulteriori studi per determinare i fattori di rischio, la prevalenza negli ambulatori e in strutture di assistenza a lungo termine, oltre l’epidemiologia cellulare degli Esbl-produttori» conclude l’autrice.
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