Farmaci e dintorni
17 Aprile 2014All’International liver congress, svoltosi a Londra dal 9 al 14 aprile scorso l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha diffuso le sue prime linee guida per la cura dell’epatite C, un''infezione cronica che colpisce circa 140 milioni di persone con oltre 350.000 morti l''anno. «La pubblicazione coincide con la disponibilità di farmaci orali più efficaci e sicuri, e con la promessa di composti ancora migliori nei prossimi anni» esordisce Stefan Wiktor, direttore del programma Oms per l’epatite. Il documento, basato su una revisione approfondita delle recenti evidenze scientifiche, mira ad aiutare le nazioni del mondo a migliorare la cura dell’epatite, riducendo le morti per cirrosi ed epatocarcinoma. «Il trattamento dell''epatite C è attualmente inaccessibile alla maggior parte dei pazienti, e la sfida più importante è di garantire adeguate terapie a chi ne ha bisogno» riprende il funzionario Oms, affermando che il nuovo documento è un passo fondamentale in questa direzione. Le linee guida contengono nove raccomandazioni chiave, tra cui suggerimenti per migliorare lo screening per l''infezione da epatite C e consigli su come limitare il danno epatico nei contagiati o sulla selezione dei pazienti da avviare al trattamento più appropriato. «Per esempio, il consumo di alcolici accelera i danni da epatite, e l’Oms raccomanda una valutazione in questo senso con eventuale avvio a programmi di disassuefazione» riprende Wiktor. Ma le linee guida 2014 servono anche a politici e operatori sanitari per pianificare interventi preventivi, compresa la sicurezza nei contesti sanitari e tra chi si inietta droghe. Ci sono cinque virus principali dell''epatite: A, B, C, D ed E. L’epatite B e C hanno il maggiore impatto sulla salute pubblica perché causano un’infezione cronica che può progredire a cirrosi e cancro epatico. La A e la E, diffuse anche dall’acqua non potabile e da alimenti contaminati, possono invece causare potenziali epidemie in popolazioni a rischio. «Viceversa, il virus C si trasmette con il sangue contaminato, ponendo a rischio non solo operatori sanitari e pazienti sottoposti a procedure mediche invasive o iniezioni terapeutiche, ma anche chi consuma droghe endovena o usa attrezzature di perforazione della pelle, tatuaggi e body piercing» conclude Wiktor.
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