Non allattare dopo il parto è una decisione che può dipendere dalla volontà della madre o essere motivata da ragioni mediche, per esempio la presenza di un'infezione trasmissibile al neonato. Per non aspettare una spontanea, ma a volte problematica, interruzione della produzione di latte si usano medicinali agonisti della dopamina, tra cui bromocriptina, in grado di controllare il meccanismo fisiologico della lattazione a livello centrale. Anche in Italia, prima di essere sostituita da farmaci contenenti cabergolina, bromocriptina veniva prescritta per prevenire o sopprimere la lattazione dopo il parto o dopo un aborto, indicazione tutt'ora valida in alcuni Paesi europei compresa la Francia. Ed è proprio l'Ansm, l'Agenzia dei medicinali francese, a riproporre la questione dei potenziali rischi e benefici dell'impiego di bromocriptina al dosaggio di 2,5 mg per via orale per contrastare la produzione di latte. Le segnalazioni riguardano eventi avversi rari, ma pericolosi, di natura cardiovascolare (infarto del miocardio), eventi neurologici (vertigini, convulsioni) e disturbi psichici tra cui allucinazioni ed episodi maniacali legati alla terapia. Pur non essendo stabilita la relazione causa/effetto tra l'assunzione di bromocriptina e la comparsa di effetti indesiderati gravi, il Comitato di valutazione dei rischi per la farmacovigilanza (Prac) europeo ha accolto la richiesta dell'Ansm e ha inserito la valutazione finale dei medicinali contenenti bromocriptina nella lista delle questioni da trattare nel prossimo luglio 2014. La valutazione non riguarda l'impiego di questo farmaco per la cura dell'iperprolattinemia e della malattia di Parkinson, indicazioni per cui è approvato in Italia. Perché interessa il farmacista: se il Prac confermerà la scelta dell'Italia di non usare bromocriptina come soppressore della lattazione, il farmacista potrà consigliare le puerpere sulle caratteristiche farmacologiche delle alternative disponibili.
Marvi Tonus
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