Farmaci e dintorni
19 Giugno 2015I farmaci ipocolesterolemizzanti, statine o non statine, si associano a una perdita di memoria acuta che si verifica nei primi 30 giorni di inizio della terapia, secondo i risultati di uno studio appena pubblicato su Jama internal medicine. Ma i ricercatori avvertono: l'effetto potrebbe anche dipendere dal fatto che rispetto a chi non è in terapia, i pazienti curati con tali farmaci hanno contatti più frequenti con i loro medici, che hanno quindi maggiori probabilità di rilevare eventuali deficit mnemonici. «La perdita di memoria associata all'uso di statine è stata ipotizzata sia in descrizioni di singoli casi sia in alcuni studi, ma con risultati contraddittori» esordisce Brian Strom della Rutgers university di Newark, New Jersey e coautore dell'articolo, che assieme ai colleghi ha usato l'archivio Thin, The health improvement network, tenuto da un gruppo di medici di famiglia britannici per confrontare 482.543 utilizzatori di statine con due gruppi di controllo: 482.543 soggetti che non utilizzavano farmaci ipolipemizzanti di alcun tipo e 26.484 utilizzatori di farmaci ipolipemizzanti diversi dalle statine come colestiramina, colestipolo, colesevelam, clofibrato, gemfibrozil, fenofibrato e niacina. E a conti fatti i ricercatori hanno scoperto che confrontando gli utilizzatori di statine con i soggetti che non usavano farmaci ipolipemizzanti, emergeva un aumento del rischio di perdita di memoria durante i 30 giorni successivi all'inizio della terapia. E il medesimo rischio con le stesse tempistiche di comparsa permaneva anche ponendo a confronto i non utilizzatori di farmaci ipolipemizzanti con chi usava farmaci con lo stesso effetto ma diversi dalle statine, e scompariva ponendo a confronto i due gruppi in terapia con statine e non statine. «Questi dati, che necessitano di ulteriori conferme, suggeriscono che tutti i farmaci ipolipemizzanti sono in grado di causare una perdita di memoria che si manifesta all'inizio del trattamento, o forse, cosa più probabile, che l'associazione è il risultato di una maggiore attenzione al disturbo, dovuta al più frequente contatto con i medici dei pazienti in trattamento» conclude Strom.
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