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Farmaci e dintorni

18 Febbraio 2016

Interazioni tra farmaci, Farmacovigilanza automatizzata intercetta quelle aritmogene


Utilizzando un approccio automatizzato che incrocia tra loro migliaia di segnalazioni di eventi avversi da farmaci contenute nel database Faers, US Fda's Adverse Event Reporting System, i ricercatori della Columbia University di New York coordinati da Nicholas Tatonetti hanno firmato un articolo su Drug Safety in cui descrivono potenziali interazioni fra medicinali di uso comune che potrebbero avere un potenziale effetto di tipo aritmogeno. «Il prolungamento indotto da farmaci dell'intervallo elettrocardiografico QT, ossia la sindrome del QT lungo può portare a un'aritmia ventricolare potenzialmente fatale nota come torsione di punta» scrivono gli autori, ricordando che oltre 40 farmaci con indicazioni per patologie cardiache e non cardiache si associano a un aumentato rischio di torsione di punta.
«Tuttavia, le interazioni farmacologiche che contribuiscono alla sindrome del QT lungo restano poco studiate, anche perché i tradizionali data-mining sanitari osservazionali hanno basse probabilità di rilevare tali interazioni a causa del basso numero di segnalazione e della mancanza di prove dirette della presenza di una sindrome del QT lungo» spiega Tatonetti, che assieme ai colleghi ha messo a punto un algoritmo in grado di tracciare interazioni farmacologiche che contribuiscono alla sindrome del QT lungo tenendo conto di 13 diversi effetti collaterali e dei risultati dell'analisi retrospettiva degli elettrocardiogrammi contenuti nelle 380.000 cartelle cliniche elettroniche analizzate. «Su 889 casi identificati nel Faers abbiamo individuato otto possibili associazioni tra farmaci co-prescritti e un prolungamento dell'intervallo QT» scrivono i ricercatori. Tra queste, particolare rilevanza in termini potenzialmente aritmogeni assumono secondo gli autori l'associazione fra l'antibiotico ceftriaxone e il gastroprotettore lansoprazolo, e quella tra meperidina, un antidolorifico, e l'antipertensivo metoprololo oppure l'antibiotico vancomicina. «Questi risultati giustificano a nostro parere ulteriori studi di approfondimento» conclude Tatonetti.

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