Metformina, dopo 50 anni è ancora la migliore per il diabete di tipo 2
Nei pazienti con diabete di tipo 2 la metformina riduce il rischio di morte per malattie cardiache di circa il 30-40% in più rispetto alle sulfoniluree, secondo una metanalisi pubblicata su Annals of Internal Medicine da cui emerge che l'antidiabetico, in commercio da oltre cinquant'anni, andrebbe usato come terapia di prima linea preferendolo a terapie di più recente introduzione. A firmare la metanalisi, finanziata dal Dipartimento statunitense di Salute e Servizi Umani, sono i ricercatori della Johns Hopkins University School of Medicine, che hanno analizzato 204 studi cui hanno preso parte più di 1,4 milioni di persone in diversi continenti, allo scopo di valutare rischi e benefici di una dozzina di composti approvati dalla Fda per l'uso nel diabete di tipo 2. «I partecipanti erano generalmente in sovrappeso con uno scarso controllo glicometabolico» esordisce la coautrice Lisa Wilson, del Department of Health Policy and Management alla Johns Hopkins University Bloomberg School of Public Health, spiegando che dai risultati della metanalisi emerge che gli inibitori della Dpp-4, una classe relativamente nuova di antidiabetici, sono nettamente meno efficaci nel ridurre i livelli glicemici rispetto alla metformina e alle sulfoniluree, peraltro meno indicate della prima a causa della minore riduzione del rischio di morte cardiaca. Un'altra nuova classe di antidiabetici, gli inibitori Sglt-2, è causa di infezioni da lieviti nel 10% dei pazienti, un effetto collaterale unico di questo farmaco, ma, al pari degli agonisti del recettore Glp-1, aiuta chi li assume a perdere peso. Viceversa, chi viene curato con le sulfoniluree rischia non solo l'aumento di peso, ma anche una maggiore frequenza di ipoglicemie. «Nel complesso, questi dati dimostrano che la metformina, attualmente venduta come generico a basso costo, funziona altrettanto bene, se non meglio, delle sulfoniluree e dei farmaci antidiabetici di più recente commercializzazione, e pertanto dovrebbe essere usata come terapia di prima linea» puntualizzano gli autori. «La decisione è più difficile se diventa necessario un secondo farmaco, la cui scelta va concordata con il paziente alla luce dei diversi vantaggi e degli effetti collaterali di ciascuno di essi» conclude Wilson.
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