Farmaci e dintorni
06 Settembre 2016Che l'utilizzo della pillola anticoncezionale esercitasse un effetto protettivo contro il cancro dell'ovaio si sapeva, ma ora uno studio italiano ne ha quantificato l'effetto, definito dallo stesso autore, "di entità sorprendente". La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Annals of Oncology e condotta da Carlo La Vecchia, Ordinario di Epidemiologia all'Università di Milano, con Eva Negri dell'Irccs Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano: in Europa la mortalità per il tumore dell'ovaio si è ridotta mediamente del 10% dal 2002 al 2013 e negli Stati Uniti del 16%.
«La cosa nuova e importante di questo lavoro - spiega La Vecchia - è l'aver osservato, nei Paesi cui la pillola era già stata usata frequentemente negli anni sessanta, una netta diminuzione di mortalità per cancro dell'ovaio nelle donne che oggi hanno più di 75 anni. Questo effetto a lunghissimo termine della diffusione della pillola era noto ma non in maniera così evidente». I dati utilizzati per l'analisi statistica sono quelli di mortalità forniti dall'Oms, suddivisi per Paesi e analizzati globalmente, standardizzati per età e poi per classi di età specifiche.
«Anche nelle giovani donne - rileva il professore - ormai la mortalità per tumore dell'ovaio riflette l'utilizzo della pillola ed è paradossalmente più alta in Giappone, che tradizionalmente aveva avuto tassi molto bassi di questo tumore rispetto a Europa e Stati Uniti, ma dove la pillola anticoncezionale non è diffusa». E la tendenza è destinata a continuare: «abbiamo fatto proiezioni al 2020 e abbiamo previsto che l'andamento positivo possa mantenersi perché le successive generazioni di donne hanno usato la pillola sempre più diffusamente e nelle varie fasce d'età». La Vecchia indica altri due aspetti che hanno contribuito, meno della pillola, ma comunque in maniera rilevante, alla riduzione di mortalità per tumore dell'ovaio: «il primo è la cessazione dell'uso della terapia sostitutiva in menopausa a lungo termine, dopo la pubblicazione nel 2002 della Women's Health Initiative, studio che ne aveva dimostrato gli effetti sfavorevoli; il secondo è la migliorata gestione clinica del tumore, dalla diagnosi alla terapia».
Renato Torlaschi
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