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Farmaci e dintorni

11 Ottobre 2017

Vitamine in gravidanza riducono il rischio di autismo nel bambino


La somministrazione di preparati multivitaminici nelle prime fasi della gravidanza si associa a un ridotto rischio di disturbi dello spettro autistico (Asd) nella prole, secondo uno studio osservazionale appena pubblicato sul British Medical Journal. «I disturbi dello spettro autistico comprendono una serie di condizioni, compresa la sindrome di Asperger, che influenzano l'interazione sociale, la comunicazione, gli interessi e il comportamento di una persona» esordisce la prima autrice Elizabeth DeVilbiss, del Dipartimento di epidemiologia e biostatistica alla Drexel University di Philadelphia, ricordando che le stime più recenti parlano di una prevalenza di disturbi dello spettro autistico di 1 su 100 persone nel Regno Unito. Utilizzando i registri sanitari svedesi, i ricercatori hanno studiato 273.000 coppie madre-figlio, nelle quali i bambini erano di età compresa tra i 4 ei 15 anni alla fine del follow-up. Un autismo con disabilità intellettiva è stato diagnosticato nello 0,3% dei figli le cui madri avevano assunto composti multivitaminici in gravidanza, contro lo 0,5% di quelli le cui madri non avevano vitamine in epoca prenatale. «E dopo gli opportuni aggiustamenti statistici che includevano le condizioni neuropsichiatriche materne, è emerso che l'uso dei preparati multivitaminico era legato a un rischio di autismo con disabilità intellettiva inferiore del 30% rispetto al gruppo di controllo» scrivono i ricercatori, aggiungendo che l'uso di acido folico o ferro da solo non era legato al rischio di autismo. Anche se i risultati delle diverse valutazioni svolte sulla coorte oggetto di studio sembrano essere coerenti tra loro, gli autori evidenziano alcuni limiti dello studio, tra cui il ruolo svolto da potenziali fattori confondenti e il dosaggio degli integratori. «Tuttavia, le dimensioni relativamente grandi del campione e i metodi analitici avanzati garantiscono una buona affidabilità dei risultati» sottolinea De Vilbiss. E conclude: «Ciononostante, prima di raccomandare eventuali modifiche della corrente pratica clinica servono ulteriori conferme».

BMJ 2017. doi: 10.1136/bmj.j4273

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