Farmaci e dintorni
24 Ottobre 2017Colpisce almeno la metà delle persone che entrano in dialisi e, se non corretto, può compromette la funzione di organi vitali come cuore e polmoni.
Si tratta dell'iperparatiroidismo secondario, cosiddetto in quanto legato a un cattivo funzionamento dei reni che determina un'attivazione anomala delle paratiroidi e conseguente sovrapproduzione di paratormone che porta a liberazione di calcio nell'organismo, prelevandolo dalle ossa. Risultato: indebolimento osseo e calcificazioni vascolari.
Il trattamento, sinora, si è basato sull'impiego di chelanti del fosforo, vitamina D e calciomimetici, approccio efficace ma non privo di scomodità per il paziente che arriva a prendere anche 20 compresse al giorno, con inevitabile scarsa compliance.
La più recente novità farmacologica su questo fronte si chiama etelcacetide, calciomimetico endovenoso di seconda generazione sviluppato da Amgen, approvato da Ema circa un anno fa e autorizzato da Aifa in soli 7 mesi, in classe A.
«Si tratta di un peptide che agisce sul recettore del calcio, inibendo la secrezione di paratormone», afferma Mario Cozzolino, direttore Uoc di Nefrologia e dialisi all'Ospedale San Paolo di Milano.
«Gli studi pubblicati ne hanno evidenziato una maggiore efficacia rispetto alla sola terapia standard con chelanti del fosforo e vitamina D ma anche, rispetto al calciomimetico cinacalcet, la capacità di ridurre del 30-50% i livelli di paratormone in un numero significativamente maggiore di pazienti. In più, la sua lunga emivita consente una somministrazione soltanto 3 volte a settimana, in chiusura di seduta dialitica e da parte di personale specializzato, con indubbi vantaggi sul fronte dell'aderenza terapeutica. Gli effetti collaterali si riscontrano principalmente a livello gastrointestinale, come per il precedente calciomimetico, e cardiaco, con possibile prolungamento dell'intervallo QT dell'elettrocardiogramma, un effetto monitorabile dall'équipe medico-infermieristica nel corso della somministrazione».
In Italia i pazienti in dialisi sono circa 50 mila e almeno la metà di quanti iniziano questo percorso presenta un quadro di iperparatiroidismo.
«La diagnosi si esegue dosando calcemia, fosforemia, fosfatasi alcalina e, soprattutto, il paratormone nel sangue» sottolinea Francesco Locatelli, direttore emerito del dipartimento di nefrologia, dialisi e trapianto renale all'Ospedale Manzoni di Lecco.
«Le recenti linee guida Kdigo - Kidney disease improving global outcomes - raccomandano il mantenimento dei livelli di Pth in un range compreso dalle 2 alle 9 volte il limite superiore di normalità di Pht del proprio laboratorio. Un progressivo aumento rende necessario l'intervento farmacologico al fine di evitare la chirurgia e l'asportazione delle ghiandole».
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