Farmaci e dintorni
21 Dicembre 2018Tra un paio d'anni sarà probabilmente disponibile una terapia farmacologica che potrebbe arrestare la progressione della steatosi epatica non alcolica (Nash), condizione molto diffusa ma ancora senza una terapia efficace. Se ne è parlato il 17 e 18 dicembre a Milano, in un congresso organizzato dal Gis-Nash, il Gruppo italiano di studio della Nash nelle malattie infettive, sotto l'egida della Società italiana di malattie infettive (Simit). «I farmaci in sperimentazione», dice il presidente Simit Massimo Galli, «sono una decina, e di questi un paio dovrebbero fornire risultati da studi randomizzati controllati tra il 2019 e il 2021». Si tratta del cenicriviroc, che si ritiene possa impedire la progressione della Nash attraverso l'inibizione di recettori cellulari implicati nel reclutamento dei macrofagi e nell'attivazione delle cellule stellate del fegato, e del selonsertib, inibitore di una proteina implicata nell'infiammazione e nell'induzione della fibrosi. «Ma la vera terapia della steatoepatite», afferma Galli, «consiste nell'evitare l'eccesso calorico, i cibi grassi, l'alcol e fare esercizio fisico, e su questo non c'è niente di nuovo, ma si sa che modificare gli stili di vita è molto complicato».
Dopo il successo delle terapie contro l'epatite C, gli esperti prevedono una forte riduzione delle cirrosi epatiche, dei tumori e dei trapianti del fegato correlati, ma rimarranno quelli innescati dalla Nash, condizione finora sottodiagnosticata e che appare destinata a ricevere una maggiore attenzione da parte degli epatologi. «Le diagnosi, effettuate con una banale ecografia, sono aumentate», riferisce Galli, «ed è cresciuta la consapevolezza di una condizione che può essere molto pericolosa».
Infatti, secondo i dati di letteratura, circa il 30-40% dei pazienti con Nafl sviluppa un'epatite, con un rischio di progressione verso la fibrosi che si aggira intorno al 40-50%. Galli segnala infine una tipologia di pazienti numericamente marginale rispetto alla popolazione generale ma dalle connotazioni particolari, quella dei sieropositivi all'Hiv: «Oggi abbiamo 105.000 persone in trattamento antiretrovirale e molte di loro hanno avuto anche un'epatite C, che sicuramente ha predisposto il loro fegato alla Nash; un altro cofattore è dato dagli stessi farmaci antiretrovirali, soprattutto quelli usati in passato, che in qualche caso hanno avuto un impatto sul fegato. È una popolazione di pazienti su cui dovremo lavorare molto».
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